È che ti portano via tutto da un giorno all’altro. Come niente. Manca il tempo. Manca per capire che non è distanza né distacco quel tuo gelo, la noncuranza con cui ti lasci scivolare lungo la schiena calunnie e voltafaccia, menzogne e tradimenti. E non è forza sentire niente, ma annientamento. È un dolore troppo grande per essere provato dal corpo annichilito, dalla mente esiliata nel vento. Tutto è troppo: la vanità del bene, l’idiozia della fiducia gettata nella melma dei cuori stanchi di pulsare, la pazienza ostinata di ascoltare. E tutto è falso: viaggi incontri pianti attese sorrisi stazioni abbracci e discussioni. Poesie. E tutto è molto più morto che se lo fosse davvero. Perché non è mai davvero stato. Solo allora nella notte il corpo è una distesa di ghiaccio che all’improvviso frana. Lì dal centro in alto, tra le scapole, scivola via il puntello; in un brivido svanisce quel dolore che discreto ti ha tenuto compagnia, crescendo col respiro, scemando col sospiro. Piantandosi più forte a ogni domanda rimasta in fondo al pancreas. E quando spalanchi le braccia infine libere al mattino il sangue rappreso è scivolato via nel liquame osceno del buio. Sapere è una fatica immane. Capire è salpare. O la fai finita o inizi dai relitti in fondo al mare.