Negli ultimi tempi si è assistito a un grottesco spettacolo dello spettacolo: dai soliti italopitechi impotenti, che sono sempre alla ricerca di un pretesto per insultare a casaccio le donne con una violenza che ne rivela tutta la frustrazione, agli intellettuali paternalisticamente (e strategicamente) dalla parte delle Signore Nessuno, delle “eroine” che hanno detto NO, e che però loro per primi vedono come povere sfigate e ingenuotte, che non avevano comunque i numeri per riuscire; a certi intellettuali del Giornale, secondo i quali le donne che denunciano molestie lo farebbero solo perché non sono riuscite a essere dove avrebbero voluto (già, come Meryl Streep, attrice Premio Oscar, per dirne una). Io invece le Signore Nessuno me le figuro belle, vincenti e fiere come Anna Magnani in Bellissima. Perché non c’è successo più grande della dignità e della coerenza.

Il problema è che a opinare sono soltanto persone in cerca di visibilità, che della donna reale se ne fottono, che spostano continuamente il centro della discussione dal vero problema – i maiali malati di potere ovunque sparsi – alla condotta che dovrebbero tenere le donne di fronte alle loro molestie. Come se fosse normale che una si debba trovare a dire di no e scappare a un colloquio di lavoro o con un professore universitario.

Ben vengano le Asie Argento con le spalle e il conto in banca coperto, a gettare un sassolino nell’immane cloaca immobile, avevo pensato all’inizio.

Poi invece dei Weinstein e dei Brizzi, che sono la punta dell’iceberg, si sono fatti dei capri espiatori, per dare ai giustizieri e agli indignati da tastiera l’illusione che, una volta rimossi loro, il male sia estirpato alla radice e ci si possa virtualmente indignare per qualcosa di nuovo. Mentre è tutto il sistema che è marcio fino all’osso, con la complicità di stormi di donne che si offrono e di uomini che si vendono pure le compagne, come se questo non significasse dichiararsi privi di palle, e prostituirsi a propria volta.

L’affaire molestie è diventato solo un gran bel business mediatico, un’occasione di far soldi e visibilità per molti, femministe comprese. Mentre le donne reali – al di là del contentino del metoo e degli altri giochini di hashtag – continuano a tacere, perché non sarebbero comunque monetizzabili e mediaticamente spendibili per nessuno. Nella migliore delle ipotesi, denunciare nella vita reale significa per una donna essere etichettata come rompicoglioni e visionaria (quando non frigida, puttana, malata o strana), oppure, appunto, incapace, mitomane, fallita. Parlare comporta di solito essere isolate, sminuite e denigrate, con la complicità delle donne cui questa situazione fa comodo e che hanno tutto l’interesse a perpetrarla. Parlare significa essere condannate. Perché a essere sotto processo sono sempre e comunque le donne e le loro scelte. Nessun altro. Una donna che si crede intelligente reclama gli stessi diritti dell’uomo, una donna intelligente ci rinuncia, diceva, tragicamente, Colette

Il fatto è che è tutto un gran porcaio, e noi tutti lo abbiamo sempre saputo, e lo è soprattutto nel mondo dell’arte e dello spettacolo, là dove si fa leva sui sogni e sulle illusioni della gente, là dove ci si nasconde meglio dietro al simulacro dell’arte.

In tutto questo marasma d’ipocrisia e falso perbenismo l’unico uomo con gli attributi (cerebrali) che abbia mostrato rispetto per la donna reale è Rocco Siffredi (qui), un uomo che ha sempre confessato la sua dipendenza dal sesso, di cui ha fatto un lavoro, con professioniste la cui scelta è stata altrettanto libera e consenziente.

Sarà che di fatto il porno è un mestiere con le sue regole, mentre l’ambiente dello spettacolo, così come quello letterario, è pornografia senza limiti.