Ogni tanto mi capita ancora di non essere abbastanza rapida nel dribbling, e di beccarmi da perfetti estranei il pistolotto su quanto io sia sfuggente, volatile, inaffidabile e tutti gli psicologismi intellettualoidi da bar sulla mia presunta paura di instaurare relazioni e rapporti, su quanto io sia asociale, solitaria, ecc.

Io m’illudo che 35 anni di corsa di fondo bastino per seminare ‘ste cime. M’illudo che ‘sti geni sia sufficiente evitarli, ignorarli, aggirarli, schifarli, saltarli a pie’ pari giorno dopo giorno, con metodo, classe & eleganza, perché capiscano che non c’è nessun bisogno che si preoccupino, no, che è solo di loro che non m’importa un cazzo di niente, che è solo d’instaurare con loro un qualsiasi rapporto che me ne fotto allegramente. Io mi figuro che il mio ostentato e plateale disinteresse sia chiaro, inequivocabile e trasparente, e invece niente: impermeabili, egomaniaci a oltranza, irrecuperabili. Mi fa pena questa presunzione malata di tante persone. Questo non porsi mai domande né accogliere il dubbio rispetto a se stessi. Questo assolversi sempre, credersi interessanti, e cercare l’errore negli altri, necessariamente. È così che il semplice disinteresse e l’estraneità si trasformano in disprezzo e fastidio.

I miei amici li conto sulle dita di una mano, com’è giusto che sia. Perché l’amicizia va coltivata giorno per giorno, con fatica. Chi dice di avere tanti amici e tanto ammore ha una visione superficiale e infantile dell’amicizia che non mi appartiene. Evidentemente non ha granché da dare e da dire alle persone con cui instaura un legame, sempre che di legame si possa parlare. Non credo a chi ti dice che ti stima e segue il tuo lavoro, ma lo fa solo segretamente, silenziosamente. Sono i peggiori, i più vili. Sono gli unici che mi fanno paura. Non credo neppure alla minchiata che gli amici possano anche non sentirsi né vedersi per anni e ripartire dal punto in cui erano rimasti. Sarebbe ben triste: significherebbe che nel frattempo non sono cambiati, che nel frattempo non sono più volte morti e rinati. Se incontrassi oggi un’amica che non vedo né sento anche solo da un anno per me sarebbe un’estranea, e lo stesso sarei per lei, perché la persona che conosceva non esiste più, come, mi auguro, quella che conoscevo io. Si dovrebbe semmai essere disposti a ricominciare da zero, con l’umiltà estrema, la delicatezza, il rispetto e l’apertura all’ascolto che occorre per avvicinarsi a un perfetto sconosciuto. Cosa che amo fare. Ma sono molto rapida a capire quando con una persona non ho niente a cui spartire.

Io sfuggo soltanto le perdite di tempo e le contaminazioni del futile. Da quando mi sono liberata, con una certa divertita ferocia, di tutta la merdosa zavorra di legami finti e interessati, di falsi amici, pulci, zecche, pappataci e altri parassiti, zombie, revenant e cadaveri ambulanti, ho riavuto indietro la mia libertà e il mio tempo. Da quando ho gettato tutti quei rifiuti tossici nella discarica e le ho dato fuoco per andarmene in fretta senza mai voltarmi indietro, ho iniziato a respirare più a fondo. Da quando ho iniziato a evitare come la peste le contaminazioni con la miseria del teatrino virtuale, della liquidità, ipocrisia e inconsistenza dei legami cui vuole condannarci oggi il sistema, ho scelto di vivermi con gioia più pura soltanto i legami veri e assoluti, i rari amici che mi assediano il cuore: quelli che ci sono stati sempre, concretamente, quelli che mi guardano negli occhi e mi chiamano per nome. Quelli che sanno chi sono, e che per questo non abboccano a ciò che inventa la gente malata e malvagia. Quelli che sono su un altro livello sia rispetto agli squali  che hanno preso assurdi pretesti per attaccarmi, così come agli sciacalli che hanno finto di sostenermi con il solo fine di promuovere, ben miseramente, se stessi. Ho ricominciato a godermi il lavoro che amo e che mi chiede intera, i miei cari, i miei cani, la vita, l’amore, la fotografia e la scrittura. Sonni da neonato e corse da cani. La mia fortuna. L’aria pura.