Definire è in fondo già ghettizzare. E mi chiedo se le definizioni stesse di violenza di genere, di femminicidio, ecc. non contribuiscano a creare il ghetto all’interno del quale le donne si stanno rinchiudendo, alzando alti muri per impedire agli uomini di entrarvi, infilandosi a forza nel ruolo di vittime sempre, necessariamente, in un grande calderone di definizioni utilizzate a sproposito, o al solo proposito di strumentalizzare un disagio sociale reale. A rischio di essere accusata di victim blaming, mi pare che non si possano mettere sullo stesso piano il recente stupro di rimini e prestazioni sessuali concesse per ricevere la parte in un film, altrimenti ogni rivendicazione perde valore e scadiamo nel ridicolo facendo il gioco del teatrino mediatico. Mi pare che si stia facendo passare anche il messaggio che il successo è necessario, tanto necessario che l’ingiustizia profonda è doverci rinunciare (e non il ricatto sessuale e l’abuso di potere in sé).

La violenza è unisex, e assume svariate forme. Le donne non sono sempre angeli perseguitati, le donne sanno essere molto feroci, ciniche, calcolatrici. Ci sono migliaia di uomini che subiscono in silenzio violenza da parte di  donne, una violenza spesso più strisciante e sottile di quella “maschile”, ma non meno crudele. Ci sono uomini manipolati, incastrati e turlupinati, trattati come zerbini e cavalier serventi o carte di credito ambulanti à la scusa ma ti chiamo Visa. Ci sono uomini parassitati a vita dalle ex mogli, donne di sana e robusta costituzione fisica che, se davvero volessero la parità e il rispetto, potrebbero benissimo andare a lavorare e mantenersi da sole. Ci sono donne che usano i figli come armi e strumenti di ricatto. Ci sono donne che usano violenza fisica e psicologica sui compagni. C’è William Pezzullo, sfregiato con l’acido dalla ex. Solo che la sua aguzzina non si è fatta neppure un giorno di galera, e il caso non è stato ritenuto buon mangime per gli indignados di quella specie di entità umanoide talmente a se stante da essere oggi definita “popolo dei social”, per distinguerla dall’umanità reale. È che gli uomini di solito sopportano in silenzio la violenza delle compagne, perché un vero uomo non si lamenta e non piange, perché un uomo che subisca violenza da una donna sarebbe considerato un debole e preso ancor meno sul serio di una donna che si trovasse nella stessa condizione (parlo di persone e circostanze della vita reale, non di attrici e attori sul palco dei tabloid).

Classificare la violenza per generi contribuisce a creare tra uomini e donne una separazione, una sorta di trincea della guerra tra sessi. Questa guerra implica anche la visione distorta dell’amore cui siamo abituati da sempre, l’idea che se non ci si massacra, ferisce e tortura a vicenda, che se non si nutre diffidenza e sospetto a priori, se non si mettono in atto strategie di difesa preventiva e attacco offensivo non sia vero amore. Che se non lacera, dilania, spolpa, disfa, e devasta la vita non sia vero amore. Che se non ignora, schifa, schiva, smonta, sminuisce, se non evita, devia, rimanda, rifugge, mente, umilia, aggira e trascura non sia vero amore. Ne deriva che i primi sintomi della gastite vengano spesso confusi con le celeberrime farfalle nello stomaco, e i primi chiari sintomi di ulcera epigastrica con il famoso groppo allo stomaco. È anche in nome di questa oscena caricatura dell’amore che ci hanno rifilato che molte donne riescono a sopportare l’escalation di violenze psicologiche, fisiche e morali inenarrabili che di solito preludono all’atto estremo, quando infine capiscono che quello non era amore, o non hanno più neppure modo di capirlo. Al primo schiaffo bisogna fuggire, dicono ai consigli per gli acquisti. Al primo schiaffo? Sticazzi. Al primo insulto, alla prima volgarità,  alla prima mancanza di rispetto, alla prima ossessiva gelosia retroattiva da maschio alfa con la pretesa di pisciare sul territorio incontaminato: bisogna farsi di nebbia più presto che in fretta. Perché non esiste una violenza minore. Tutte le forme di violenza sono l’una il complemento dell’altra. 

Eppure uomini come Luca Varani, mandante dell’aggressione con l’acido che ha rovinato la vita di Lucia Annibali, riceve in carcere lettere d’amore da sconosciute che si credono più brave della vittima, convinte di poter “salvare” il celebre “avvocato con la porsche”, che tra l’altro la sua vestale storica, Ada (che tradiva con Lucia), ce l’ha già ad aspettarlo all’uscita dal carcere. Che poi se lo vedi nelle interviste, il Varani non lo diresti un mostro, ma un compiaciuto narciso manipolatore come tanti, che ha agito per delirio di onnipotenza, senza neppure pensare alle conseguenze del suo gesto e alla sua gravità, come è del resto tipico del narciso manipolatore. (Ma perfino il bel René Vallanzasca, che non aveva la reputazione di uno stinco di santo, ha trovato per due volte una donna disposta a sposarlo in galera). 

Ma anche fuori di galera, molti violenti/prepotenti/misogini non mentono affatto: si mostrano esattamente per quello che sono. Sono le donne a raccontarsela diversamente, con la folle presunzione di redimerli. Sono la sindrome della crocerossina e la disposizione al martirio che vanno debellate. Assieme all’astio e all’ostilità che quasi tutte le donne nutrono nei confronti delle altre donne, a dispetto della favoletta smielata della solidarietà femminile. Sarà che io le donne le ho quasi sempre sempre viste combattere tra loro come furie per il gallo del pollaio, le ho quasi sempre viste schierarsi dalla parte dei soldi e del potere. Le ho quasi sempre viste tacere di fronte all’ingiustizia e alla violenza contro altre donne. Le ho sempre viste attaccarsi alle giacchette degli uomini per far carriera. Anche quando, nel mio piccolo, offrivo loro tutte le opportunità che avevo. Le donne sono sempre le prime ad attaccare e denigrare con ferocia l’onestà. Perché non credono che esista la purezza. Non concepiscono l’esistenza d’impervie strade alternative al flirt con il potere.

Andrebbe attenuata la pressione sociale sulle persone che vivono da sole, che non ambiscono a sposarsi e ad avere figli. Andrebbe spiegato ai meno acuti che no, non sono necessariamente persone strane, malate o disturbate, che anzi, sono persone più accorte e ponderate della media, perché se ne sanno stare benissimo da sole, piuttosto che raccattare ciò che viene, perché l’amore lo trova uno su un milione. Quindi far dipendere la propria felicità e realizzazione dall’amore è una minchiata paragonabile al farla dipendere dalla vittoria alla lotteria di Capodanno o da un contratto a tempo indeterminato.
A quelle che ti ammorbano col mantra: Zitta tu che non hai figli. Tu non puoi capire, andrebbe spiegato che hanno rotto i coglioni, che a fare figli ci riescono un po’ tutti, pure i molluschi e gli invertebrati. A farsi il culo e cavarsela da soli in ogni situazione un po’ di meno. Che tra i cavallucci marini sono i maschi a fare figli, e a farne pure tanti. Che la cosa difficile non è fare un figlio, ma crescerlo educarlo e aiutarlo a diventare una Persona, cosa che in pochi/e sono capaci di fare. Che fare un figlio non ti rende migliore degli altri, e il più delle volte nemmeno più maturo. Basta guardare in giro. Che si può essere molto più madre senza avere figli biologici, e che è molto più difficile amare figli non tuoi. In fondo non è un male che ci siano i solitari ad amare qualcosa al di fuori della propria cellula familiare, del proprio orticello e dei propri piezz’e core. Cioè di se stessi. Certo, se la gente ragionasse in questo modo, se la gente si sposasse e facesse figli soltanto per amore ci avvieremmo allegramente verso una rapida estinzione. Il che non sarebbe neppure poi così male. Donne e uomini delle ultime generazioni vivrebbero meglio e con meno bugie, senza massacrarsi a vicenda in “amori” immaginari.

Se è vero che siamo ancora ben lontani dalla parità, alimentare la guerra tra sessi come le donne stesse stanno facendo, ridurre le donne alla condizione di povere vittime ingenuotte e senza opzione di scelta ne fa oggetti, pedine della strumentalizzazione mediatica.