Ma tu ci vieni a piellepielle? Ma tu ci vieni alla fiera della Microeditoria? Ci sarai alla Sagra della Protoeditoria? Ci passi al Festival della Paraeditoria? Fai un salto all’ape poetico di Natale a Monticuli di Sotto a dicembre? Ci vieni alla sagra Editoria & Salamina da Sugo al casello autostradale sulla strada del mare? Ti chiedono sempre più preoccupati dalla tua latitanza dalle scene. “Tutto si gioca (!) lì e sui social ormai!”.

“Minchia. E niente, no, sono tagliata fuori: devo lavorare”.

“Ma come, bisogna muoversi, dire, fare, baciare, brigare!”. “Bisogna esserci!”. “Al posto giusto, al momento giusto, con la stagione giusta e il vestito giusto!”.

Lo so, lo so, ma non è questo che sognavo quando ero bambina e tagliavo e cucivo i fogli a quadretti per fare i miei librini. Io volevo fare librini, non manini. Volevo fare l’editore, non il p.r. con la valigia. E per fare libri ci vuole un immenso silenzio, concentrazione, stasi, talvolta pure noia. Ci vogliono altri pazzi con cui spaccarsi la testa per ore su una parola o su una soluzione lessicale che nessuno coglierà. Ci vuole una Regola, continuità, routine, pazienza. È vero che poi ti perdi i contatti buoni, ti perdi la citazione del poeta amico sul giornale, la comparsata alla lettura che conta, la poesiola nell’antologia di Langone (!), la faccina o il cuoricino sotto le foto sorridenti su facebook. Ma fa così freddo, si sta così bene a casa a lavorare.

E d’estate fa così caldo. A primavera e in autunno ci sono così tanti sbalzi di temperatura. E poi la poesia mi ha detto che vuole tornare a vivere in santa pace nei libri. Vuole lettori che non le chiedano di essere pop, comprensibile, facile, fruibile, spendibile, edibile, orecchiabile, orribile. Mi ha detto che loro sanno dove trovarla e non la cercano al McDonald.