Quando sei giovane e minchione ti senti forte e pensi: io il sistema lo cambio da dentro, piano piano, impercettibilmente, io ci porto la Bellezza, idee, esperienze di persone fuori dal comune che mi hanno arricchita, grandi voci da tutto il mondo; ci porto il coraggio di Uomini e Donne straordinari, la lotta dei poeti per la libertà e la parola. Quando sei giovane e coglione cerchi il dialogo, cerchi complicità, e, diciamolo, soprattutto umanità. Ha ha. Poi ti accorgi che il sistema non si cambia da dentro, che il sistema non dialoga, perché non può cambiare, non vuole. Perché cambiare significherebbe dover crollare per ricostruirsi differente. E questo nessuno lo vuole, perché caderebbero anche tante teste. Perché altrimenti la poesia e la letteratura non potrebbero essere tutto quello che non sono oggi: poesia e letteratura. Perciò capisci che o stai fuori, o stai dentro. Altrimenti ti fanno fuori. E se sei morto finisce il divertimento: di sfinirti di bellezza, di maneggiare meraviglie, d’intessere fili d’acciaio con le più belle menti esiliate in tutto il mondo, di fare libri che restaranno ben oltre il chiacchiericcio e il brusio, ben oltre gli aperitivi letterari e le gite poetiche in cerca di contatti buoni e aiutini. È in quel momento che scopri davvero la bellezza furiosa, la libertà di dire e fare quel cazzo che ti pare, di collaborare soltanto con il genio, di confrontarti soltanto con l’eccellenza. Di non sopportare più la superficialità e l’approssimazione intorno. Di non leggere più brutta poesia senza poter neppure dire a muso duro che ti fa cagare. Di non dover più ritradurre i traduttori che non sanno le lingue e riscrivere pezzi scritti senza cura e zeppi di refusi. Di non dover più cercare disperatamente di cavare sangue dalle rape, di vedere il bene in tutto, di trovare qualcosa di buono ovunque, e l’umano dove non esiste. Questione di snobismo? No questione che una giornata ha soltanto ventiquattr’ore. Non ho tempo per le minchiatine. E non voglio morire.