Chi lavora cani “utili” e li porta in gara di solito ti dice che un comune mortale non può capire il rapporto che si crea nel “binomio”, l’intensità del legame (stretto elargendo cibo compulsivamente, in un campo recintato e ripulito, lontano da ogni stimolo e pericolo). Invece, ahimè, sei tu che non potrai mai lontanamente immaginare cosa si prova nella meraviglia di un’alba gelida non addomesticata: essere le ultime due creature sopravvissute sulla faccia della terra nel silenzio terso e puro dell’inverno, nella gratuità dell’incontro, nel non servire a niente e nel non essere serviti. Tenersi per gli occhi nella nebbia, ascoltarsi i passi a vicenda, parlarsi con gli sguardi. Calcare le impronte l’una accanto all’altra nel fango, sconvolgere i disegni delle foglie fradicie di brina, provare ad annusare per capire cosa sente l’altro sapendo di non poterci mai riuscire. Aspettarsi, cercarsi con lo sguardo, decidere in un lampo dove andare. Ristabilire l’unisono del passo e ripartire. Sei tu che non potrai mai capire la poesia del cane, la sua maestosa dignità creaturale, il privilegio della sua naturalità animale. Lo splendore del gesto che esiste di destino.