Ogni tanto c’è qualcuno che va a dire in giro che collabora con me, o che è mio amico. Cosa molto improbabile, perché i miei amici e collaboratori sono pochi e sceltissimi e hanno le palle di ghisa. E di solito non vanno in giro a fare il mio nome per ottenere favori.
Nella mia vita c’è un netto spartiacque, che è il 2016.
Non stimo più, né professionalmente, né tantomeno umanamente, nessuna delle persone che ho chiamato amiche o con cui ho collaborato nei secoli precedenti. Senza eccezioni.
I miei amici e collaboratori sono le persone il cui nome è comparso a fianco al mio negli spazi di Iris e di Kolibris negli ultimi due anni. Sono quelli che condividono pubblicamente il mio lavoro e affiancano il loro nome al mio. E che quindi fanno parte della mia vita.

Tutti gli antecedenti sono errori di valutazione, perdite di tempo, reperti curricolari, antichi ricordi rosicchiati dai vermi, merda secca della memoria.

E comunque siamo nel 2018 (DUEMILA E DICIOTTO) perciò non mandatemi poesie in cui anelate, vi struggete, bramate, v’indiate, udite, mirate, errate, magari per strade inusitate. Non mandatemi poesie in cui l’aura spira, l’olezzo aleggia, la nebbia levita, in cui i prati verdi diventano verdi prati e i cieli azzurri si trasformano in azzurri cieli. Anzi, mandatemeli di altri colori. Non propinatemi anacoluti. E non fatemi leggere dipoi, ordunque, allorquando, ecc. per nessuna ragione.
Non è cattiveria, è che somatizzo e dopo devo mettermi un vaso in testa per ritrovare l’equilibrio del verso.