"Non vogliamo essere subito già così senza sogni"

Questa mattina mentre correvo con Eva a un tratto mi è mancato il respiro e il muscolo rosso ha cominciato a pulsare come una medusa: tipici sintomi dell’overdose di bellezza. 

C’era una luce assurda, tagliente, di diamante, in un cielo tirato a lucido dal vento, che si rifletteva nel laghetto di apatite, striato di topazio, cianite e acquamarina dove gli anatroccoli tentavano le prime caricature di volo, puntando le zampette sul riflesso dei rami nell’acqua.

Eva sfrecciava come un incendio rapido nell’erba, rasoterra, col tartufo in fibrillazione e tutte le sfumature della fiamma che le pettinavano il pelo sul dorso. Nessuno in giro a parte noi e il mattino.

Correndo siamo passate nel punto in cui qualche mese fa la mia fotocamera è caduta nell’acqua. Mi sono fermata d’istinto è ho pensato: è una fortuna alla fine che tu te ne sia andata, mia cara Canny. Dovevo sopportare la bellezza della vita senza il tuo aiuto, senza protesi. Dovevo evitare per un po’ che tu me la filtrassi, che tu me ne attutissi il colpo. Per portarmela a casa in uno scatto come una preda domata, inoffensiva, freddata. Da guardare senza più pericolo che ti bruciasse gli occhi, che ti artigliasse o mordesse nel vivo la carne del muscolo rosso.

Non occorre in fondo andare lontano per viaggiare. Forse per desiderarlo devi avere più soldi e tempo per farlo. Oppure non devi aver vissuto vent’anni da pendolare e non devi aver cambiato venti case. Non devi aver mangiato troppi panini seduto sul sedile di una Special nella pausa tra un’ora di lezione a Casa di Dio e un’ora di lezione in culo ai lupi per arrivare alla fine della giornata, senza neppure pensare a quella del mese. Non devi aver vagato troppo tra treni e stazioni con in testa il solo desiderio di tornare nella tua tana. Non devi esserti sentito perso e solo ovunque andassi, senza un posto o due occhi dove rifugiarti. 

Sono morta di bellezza tante volte: sono morta di bellezza davanti ai riflessi del Sole sull’acqua ai Giardini Margherita, o in uno spicchio di Reno a Borgo Panigale a Bologna, o in un ritaglio d’Arno sul Viale delle Piagge a Pisa. Sono morta di bellezza tornando in Vespa la sera da Marina di Pisa, o in piedi nella Diane bianca decapottabile di Rossella, con le orecchie al vento come un cane. Sono morta di bellezza in moto sui viali a Bologna, con lui che poi se ne è tornato nella sua città senza neppure salutare, sono morta negli occhi di lui che mi suonava It Ain’t Me Babe alla chitarra, sono morta di bellezza in uno sguardo in metro a Milano. Sono morta di bellezza e paura nel viaggio più bello e indimenticabile della mia vita, l’andata e ritorno da Sermide in un improbabile regionale deserto, per prendere e portare con me la mia Titti, avvolta nel collo del maglione. Sono morta mille volte nelle fusa del mio gatto e nella grazia dei suoi movimenti, negli occhi dei miei cani e nel ritmo dei loro respiri quando riposano sereni.

I cani stessi sono un viaggio. Loro t’insegnano la bellezza della quotidianità e il fatto che non è mai ordinaria, ti mostrano i segreti di ogni stagione, i misteri di ogni angolo che credevi conosciuto. E se prima potevo sentirmi triste o nostalgica in una giornata di pioggia, adesso rido guardando Eva che si tuffa nelle pozzanghere e si gode l’anima nel fango, oppure inalo la pace nel respiro degli animali che intercala il ticchettio della pioggia sui vetri mentre lavoro. Se prima mi spaventava il freddo, adesso ho imparato a correre e a giocare e a scivolare di culo dai valloni delle mura di Ferrara per non sentirlo. Se prima mi spaventava il deserto della città agostana, adesso ho imparato a godermi i prati lasciati al nostro fedele presidio, con l’erba intonsa per accogliere le nostre corse.

Immagino sia per questo che molte persone girano per le strade della loro città con la faccia affondata in uno schermo e poi alla prima occasione fuggono dalla propria vita per tuffarsi in qualche viaggio transoceanico o intercontinentale: per fuggire da una bellezza troppo accessibile, una bellezza troppo presente, che non puoi lasciarti alle spalle riprendendo un treno o un aereo o una nave. Per evitare una bellezza (ma anche un dolore dell’umano) che non puoi chiudere in uno scatto da riguardare con distacco quando ti pare, ma che devi sopportare davanti agli occhi ogni giorno per ore. Credo sia per questo che molte persone che conosco vanno in luoghi meravigliosi dei quali poi non hanno nulla da raccontare, o solo qualcosa di tristemente banale.

Ogni nostra città è un mondo, con le sue discrepanze e disuguaglianze, con la sua bellezza e il suo dolore, con tutte le meraviglie e le contraddizioni della natura umana.
Da quando sono tornata nella mia città natale, 5 anni fa, non ho mai smesso di esplorarne gli angoli. Ma non ho ancora finito, e forse non finirò mai, perché nessuna città è uguale a quella che era il giorno precedente, o anche solo poche ore prima, con una luce e una stagione diversa, all’interno o all’esterno di te.

Ma che viaggi interplanetari ho fatto da quando ho trovato questa casa sui tetti, questa nave nel cielo con gli oblò dei lucernari, skylight, in inglese, perché questo sono: luce che piove diretta dal cielo. Nessuna luce le è uguale. È la sola luce vera e pura, quella che più amo per scattare.

Tornata a casa, avrei avuto un milione di cose da fare. Ma cosa c’è di più importante del Sole? E poi ci sono le scarpe nuove da corsa da collaudare. E c’è l’influenza da guarire espellendo tossine. Così ho preso l’altro cane e sono uscita di nuovo, senza cellulare.
E via di nuovo a correre e giocare. E ho pensato che è meraviglioso essere soli. Non avere né potere né padroni.

 

18/01/2018