Finalmente nebbia fredda. La primavera invernale esplode il muscolo rosso e lo fa germogliare, ma alla lunga diventa innaturale. Anche perché non c’è vera estate se non c’è stato un lungo inverno da portare.

Il silenzio della nebbia è molto vicino a quello della neve: freddo, circolare, puro, tendente all’irreale. In questa pace furiosa, camminando in punta di piedi sull’erba per non violare il silenzio, ho avuto un lampo, pensando alle pause pranzo d’altre vite precedenti, magari in qualche bar o centro commerciale. Pensando ai caffè alla macchinetta, ai discorsi del cazzo su tutte le declinazioni dell’inutile e del banale, alla miseria delle relazioni obbligate e inconsistenti tra gli umani, ai loro muscoli rossi impantanati senza più amore né destino. All’incubo del lunedì, quando i bipedi fanno a gara per essere uguali e tanto ugualmente sfigati da andarsi a sballare al sabato sera e da doverlo anche raccontare.

Allora non c’erano i social per pubblicare in tempo reale manicaretti e aperitivi ed esporre in diretta tutti i tuoi trofei: i figli nuovi di zecca, ma pure quelli usati, a patto che siano bravi a scuola o vincano qualcosa; gli amanti che ti baciano a comando sulla tempia mentre guardi vittorioso in camera; i nuovi acquisti umani, animali e materiali, ma anche le degenze negli ospedali, gli amici illustri e i funerali, le flebo e il gazebo, il selfie alla morgue o alle Maldive. 

Il dolore e la gioia non erano ancora così mediaticamente spendibili e monetizzabili in termini di riscontri immediati, approvazione sociale o pietà virtuale, ma la loro ostentazione volgare, senza dignità né pudore, provocava lo stesso disagio e ti metteva nello stesso attonito imbarazzo che si prova di fronte alla morte di ogni geloso silenzio reticente, allo smarrimento di ogni senso della sacralità dei rapporti.

Nella mia precedente vita da latitante, in pausa pranzo spesso fuggivo dal mondo bipede con qualche espediente, attraversavo in Vespa tutta Bologna e via Emilia fino a Borgo Panigale, arrivavo nel mio monolocale solo per fare tana, per ricordarmi di essere viva. Ed era già ora di ripartire, di tornare nel mondo bipede a nascondersi e tacendo mentire.

Adesso ho questa libertà terribile di poter restare sempre umana. A parte brevi incursioni nel mondo bipede per giri e commissioni. E in pausa pranzo posso venire qui nella natura. Dove per la prima volta al mondo ho trovato amore. Ora non devo più fuggire. Se non quando qualche bipede che pensa di raccattare qualcosa si offre di farmi compagnia. Come se un bipede qualunque potesse competere con il bene, con la compagnia di un cane, anzi, due.

Tra le tante cazzate che ho fatto e quelle che avrei potuto fare, sono felice di essermi risparmiata quella immane di sposarmi e avere figli. Di firmare qualche contratto di scambio, reciproco o unilaterale. Preferisco di gran lunga correre il rischio che mi taglino i fili.

A volte mi piacerebbe tornare per qualche giorno indietro negli anni, con la consapevolezza che oggi ho di dove sta la mia felicità, con la certezza di non dover cambiare nulla di me per sembrare orrendamente normale. Per ridere in faccia con più gusto ai fanatici del posticino fisso e della famigliola, alle donne alla grottesca ricerca di una qualunque sistemazione e agli uomini all’inesausta ricerca di un po’ di figa d’occasione. 

Però senza burrasca non c’è resurrezione né approdo nel grande cuore del silenzio, non c’è salvezza dall’osceno disamore e dalla banalità dei bipedi e del male.