Ogni tanto ho ancora questa visione dal Mar delle Blatte di Landolfi, che mi ha perseguitata per molto tempo l’anno scorso. Tutte queste creature viscide e anonime che si dimenano e contorcono nella melma delle loro parole, come se la cloaca immonda del cuore si fosse spaccata riversando sul mondo il suo contenuto fetido e marcescente, corrosivo e urticante. Il brulichio osceno delle irrilevanze in cui ti arrischi alla ricerca impossibile di un guado. La folle, gelida curiosità che ti trattiene di fronte a quell’orrore degradante e la smania di sfuggirne la contaminazione. Tutte queste lettere che si addensano, aggrumano e accavallano senza un disegno in nomi qualunque, che non ti dicono niente di niente. Scorrono, vorticano, mulinano, si sciolgono e ricompongono in volti senza occhi divorati dai vermi, cave spente, che confondi le une con le altre nello stesso bianco annichilente della mente. La Blatta Sovrana morta da tempo pastura i figli delle sue feci, larve dei suoi cancri un giorno dopo l’altro con grassi tocchi di menzogne puteolenti. Il loro dimenarsi sulla preda sazia la sua glaciale ferocia disumana, la sua sete di vendetta contro la gioia e l’oltraggio irrendento dell’esistenza. Le bocche contorte masticano merda molle e se la vomitano ghignando sul petto aperto e fondo, spolpato e sporco. E tu guardi attonito dentro lo spavento della voragine: pareti di carne putrida che si stacca a brani e cade nel vuoto abissale dell’umano in putrefazione, nella necrofila orgia bestiale che cannibalizza la ragione. Fissi di nuovo le lettere dei nomi, ma quelle continuano a non dirti niente. Si addensano, aggrumano, accavallano e scorrono ancora. Inutili e mute, rifluiscono nella marea anonima di rifiuti tossici e scarti verbali. E il fetore ti respinge per sempre.

L’alibi è sempre: l’artista con va confuso con l’opera. L’attenuante: ci sono stati artisti ladri e criminali e assassini e figli di puttana e bla bla bla. È vero. Ma ci sono state anche anime enormi, spalancate, umanisssime, grandiose. Ci sono stati Ritsos e Titos Patrikios. Perché seguire sempre la via più ‘facile’? Senza neppure essere davvero poeti, compensando almeno un minimo la miseria di una orrenda insignificanza.