Oggi in pausa pranzo siamo state al Parco urbano. C’era ancora quel silenzio inconfondibile lasciato dalla neve, anche se il bianco si era già sciolto; Sole che andava e veniva a cucire il patchwork di nuvole e cielo, freddo intenso e puro, tanto che l’acqua dei laghetti era completamente gelata, e i gabbiani ci stavano in piedi nel centro, più sfacciati e sornioni di sempre. I prati erano una poltiglia d’erba molle, acqua e fango. Era una gioia saltarci dentro e sporcarsi. Le ragazze erano felicissime, anche Titti che di solito odia l’acqua. Perché non è l’acqua che odia, quanto bagnarsi inutilmente. Anche Eva non impazzisce per la pioggia in centro città, eppure adora tuffarsi e sguazzare nelle pozzanghere e rotolarsi nell’erba fradicia. Se siamo al parco può passare ore sotto la pioggia senza accorgersene neppure. Del resto anche io amo correre nel fango, sotto la pioggia, mentre non amo bagnarmi quando sono in borghese, se non c’è niente d’interessante da fare, non posso correre o c’è la prospettiva di restare ferma con i vestiti bagnati addosso. Se corri e giochi e annusi e impazzi e infuri è tutto un altro discorso. Per questo non c’è nulla che faccia più felice i cani di quando ti vedono correre e saltare come un cretino, che sia sotto l’acqua o nel Sole o in mezzo alla neve. Ti guardano con gli occhi pazzi che dicono: bipede, ma allora sei dei nostri davvero! È questo il più grande insegnamento che t’impartiscono i cani, ciò che ti riportano alla mente e nelle gambe. Fare come i bambini. Anzi, esserlo. Smettere di rimuginare. Abitare il presente, il movimento.
Mentre tornavamo a casa, felici, inzaccherate e infangate fin sulla punta dei capelli e del tartufo, ci siamo fermate davanti a una scuola all’ora dell’intervallo. I bambini correvano, saltavano, gridavano, si rincorrevano, ebbri di gioia, senza apparente motivo, se non la grazia che viene dal movimento, dal tumulto del cuore e dalla vitalità dei muscoli. È una gioia che contagia subito i cani, perché la conoscono bene.
Anche gli uffici e le imprese dovrebbero avere un cortile per far correre e saltare i dipendenti all’ora di ricreazione. Invece gli adulti non corrono più e diventano brutti, incattiviti dietro a uno schermo. Gli unici che si salvano sono i bambini. E i vecchi, che qui a Ferrara ieri sfrecciavano come pattinatori sul ghiaccio con le loro biciclette, mentre io facevo attenzione a non cadere. 
Se passi davanti a un liceo i bambini sono già tutti diventati adulti, cioè tristi, rovinati dallo smart phone che hanno in mano. E penso alla fortuna di aver avuto quel vecchio telefono Sip, dove parlavi fitto fitto, piano piano, con tua mamma che spuntava dalla porta, con le dita a forma di forbice per dirti taglia taglia. E tu tagliavi, però poi a volte aspettavi che uscisse… per tirare di nuovo su la cornetta… Ma la cosa più bella era darsi appuntamento già a scuola, trovarsi poi nel pomeriggio all’ora stabilita, per giocare nell’erba, costruire l’ospedale per le lumache, rotolarsi per terra con i cani, rompere le palle ai gatti, correre e gridare come furie. Il bello è che sono tutte cose che si possono ancora fare.