La scrivania è una sala giochi, coperta di libri, vocabolari, CD, appunti, schede di memoria.
Al mattino sono come i miei cani davanti alla scatola con dentro le palline, le trecce di stoffa, la vecchia ciabatta, il porcellino che suona.
Da dove comincio? Quale prendo per prima?
Pongo di parole, lego di sintassi, il cubo di rubik degli incastri di parole. La musica che devi ricreare.
Fuori piove. Dentro mi respirano tutti gli animali.
Traduco e mi traduco in tutte le lingue che so, in un gioioso rave di neuroni fino a un’alchemica euforia babelica.
Ma l’emozione più grande è iniziare a studiarne una nuova, tornare a scuola, dietro il banco senza memoria.
Reimparare da capo un’espressione, a partire dalle cose più elementari come in un percorso noto cambiato dall’oggi al domani.
Mancare di parole per dire, aggiungerne una dopo l’altra al carniere. Inizio con il danese! 

E intanto traduco finalmente il mio primo volume voluminoso dall’olandese. È una lingua che adoro.
Riconosco radici in comune col tedesco e l’inglese, somiglianze di parole, una sorta di caricatura che m’invita a ridare una forma a un’immagine mentale che credevo di possedere.
Le famiglie di lingue sono quelle. Per questo più lingue studi, più ti sarà facile studiare le sorelle.
Prima o poi m’immergerò in una lingua senza salvagente: l’arabo, il cinese, o il coreano.
Un puzzle da ricomporre senza avere sottomano l’immagine finale. Una scatola di costruzioni senza le instruzioni.