Da ragazzina feci il record europeo della mezza maratona della mia categoria. Poi, quando dissero “Europei”, dissi sticazzi, voi siete tutti matti. Qui non ci si diverte più. Ciao agonistica.

Non ci si divertiva più già da tempo, come sempre, quando la passione si scontra con un’ambizione di vincere che non ti appartiene, ma ti cuciono addosso come un abito troppo largo in cui inciampi: l’ambizione degli altri.

Lo sport agonistico ormai è talmente spinto che ha superato il normale spirito di competizione e la salutare sfida alle proprie paure e non ha più nulla di naturale, nulla di benefico, né per il fisico, né per la mente. È la negazione della filosofia (e della religione) dello sport. È convivere con la fatica e con il dolore, con il senso del limite da superare, con l’ansia della competizione. Finché sei cane, o ragazzino, sei vittima della performatività ingenua dell’incoscienza e dell’ignoranza di confini. Sono gli altri, il team, il coach, a decidere per te, a conquistarsi sulla tua pelle la loro vittoria mediata, la loro coppetta di seconda mano, la compensazione dei loro personali fallimenti. Ma dopo puoi decidere di non vincere più. Di ascoltare il tuo corpo e la tua mente. Di correre e basta. Di essere. Senza limite.

È davvero così necessario superare il limite? Nei test anaerobici facevo schifo, risultavo un brocco, anche se poi vincevo tutto, con l’ingenuità e la ferocia dei bambini. L’idea di correre allo stremo, sul filo delle mie possibilità, fino a quel senso di esplosione del cuore e frattura del respiro mi angosciava. Mi si inchiodavano le gambe. Come mi angosciavano il fiato sul collo e la “volata finale” e quel limite di me da sfiorare.

Se non riuscivo a seminarli prima, sul rettilineo li lasciavo passare. Li chiamavano “momenti di abulia”. In realtà era la mia più selvaggia e volitiva ribellione. Coppe e medaglie sono tutte in cantina, non me ne fregava un cazzo. Non mi davano gioia come correre senza vincere niente.

Per lo stesso motivo ho lasciato il tennistavolo. Per lo stesso motivo ho lasciato tutto quando iniziavo a vincere. Compromessi, ricatti, promesse, coppette. Ma non l’ho mai vissuta come una sconfitta da compensare sulla pelle di qualcun altro. Perché era una scelta tra il tutto e il niente. Ho preferito il tutto.

Gli umani invece sono sempre in guerra per l’ambita coppetta. Se non hanno una guerra da combattere se la devono inventare. L’amore è una guerra di conquista e assoggettamento dell’altro, il lavoro è una guerra di denigrazione e sminuimento dell’altro, lo sport è una guerra di autoaffermazione e delirio di onnipotenza, il cane è una guerra di controllo e sfruttamento, l’arte è una guerra di autocelebrazione e onanistico compiacimento. I social sono una guerra a chi piglia più like, a chi ha più followers che approvano alla cieca ogni minchiata che spari. Non c’è più libertà né singolarità, né ricerca, perché ogni espressione è più o meno consciamente vincolata alla necessità dell’approvazione. Perché se non c’è il like non vali. 

Io mi sono sempre preoccupata se prendevo troppi like. Voleva dire che avevo pubblicato una foto facile e banale, detto qualcosa di condivisibile e triviale, partorito una poesia da buttare o un pensiero innocuo e popolare. E che prima o poi i followers delusi nel loro volemosebbene armato sarebbero diventati haters. E così è stato. 

Qualsiasi cosa per gli umani è una guerra per ingannare il tempo in attesa della morte. Così facendo la morte ti abita dentro.

La mia fortuna è di non dover competere, di non dover vincere. Tu chiamala vigliaccheria e arrendevolezza, chiamala rinuncia. Io credo nel sacrificio per qualcosa di più alto, di più totalizzante, che ti chiede intero, anima e corpo e che prescinde dal riconoscimento. Per me preservare intatta la passione è l’unica grande vittoria. Non voglio followers. Non voglio inseguitori. Mi piace correre, non fuggire. Voi combattete pure.

Al limite si può correre insieme, se sei abbastanza pazzo e allenato. Oppure puoi seguirmi in bici. Ma sono allergica al fiato sul collo, al click del cronometro, agli sgambetti, al rush al photofinish, alla linea del traguardo segnata sulla strada. Non voglio correre su un percorso già tracciato e costellato di punti di ristoro. Non voglio un pubblico che mi aspetta dove sa che dovrò passare, o ammassato sulla linea finale.

Ho cambiato tremila lavori e in ogni ambito, perfino nel volontariato, la gente girava col coltello del sorriso tra i denti. Non ti potevi voltare un attimo, che te lo trovavi ficcato nella schiena. Così mi sono inventata un lavoro, perché la mia passione non fosse contaminata dalla guerra, per non essere schierata mio malgrado ai blocchi di partenza. Per non avere un traguardo segnato per terra dagli altri. Un record da superare. Per non dover  vincere niente. Per correre felicemente.