Librino fantastico, leggetene tutti! 😀

 

La vostra agendina intellettualoide

 

La vostra agendina intellettualoide

Per chi non è ancora dentro sino al collo nel mondo intellettualoide e vuole entrarci, ci sono alcune regole da conoscere e rispettare – dopo di che tutto andrà bene, come constaterete di persona.

Non chiedete mai a un intellettualoide se anche lui è un intellettuale: crederà che lo stiate prendendo in giro.

Non è elegante fare subito delle domande all’intellettualoide riguardo al suo pedigree (diplomi, titoli e ricerche), come se voleste soppesarlo. Create un’atmosfera conviviale e aspettate che sia lui (o lei) a parlarvi spontaneamente di sé.

Evitate qualunque segno ostentato di mascolinità (camicia aperta su abbondante peluria, pantaloni strizzacazzo) o di femminilità (scollatura generosamente esposta agli sguardi di tutti, minigonna rasochiappe).

Di regola, l’intellettualoide diffida di tutto ciò che dà nell’occhio; non sta bene tirarvela con i vostri diplomi o la vostra condizione sociale: “Io che ho fatto l’ENA…”, “Io che ho una villa a Sainte-Maxime…” A casa vostra bandite i rubinetti dorati in bagno o l’oggetto-griffato- che-fa-tanto-nuovo-ricco.

Ricordatevi che l’intellettualoide ama i libri che si leggono con una mano sola, non perché si dedichi a pratiche onanistiche, ma perché gli piace prendere appunti. Evitate quindi di mostrare gusti letterari un po’ troppo leggeri, tipo il romanzo di Christine Deviers-Joncour o le memorie di Brigitte Bardot (per evitare gaffe, vedi qui di seguito Giù la maschera: fate vedere la biblioteca).

Non mettetevi in mostra cercando di impressionare l’intellettualoide con il linguaggio che state imparando grazie a questo libro; tutta l’arte del primo contatto intellettualoide sta nel far capire al vostro interlocutore che voi padroneggiate il suo idioma, ma senza farne sfoggio. Potrete dedicarvi a questo esercizio quando sarete in grado di parlarlo meglio, con le dovute riserve, però, perché questo gergo è soprattutto una lingua scritta.

Per attaccare discorso con l’intellettualoide, date tempo al tempo. Prima di qualunque altra cosa è auspicabile essersi sottoposti alla cerimonia del caffè al bar*. Se questa tappa si rivela un successo, l’intellettualoide vi proporrà, dopo due o tre settimane, di pranzare con lui (o lei) in una bettola o in una trattoria di quartiere; una o due persone di sua o di vostra conoscenza potranno associarsi al pasto, il tutto in modo assolutamente informale. Il conto andrà diviso in parti uguali tra tutti i presenti. Se fino a questo punto tutto è andato bene, l’intellettualoide vi inviterà a cena a casa sua (non aspettatevi un banchetto luculliano), o accetterà con piacere di essere invitato a casa vostra (non servono le doppie posate: una certa semplicità farà al caso vostro).

Non esitate a mostrarvi unilaterali. Potete proferire frasi icastiche tipo: “L’umanesimo è una stronzata!” oppure “Anna Coluto non ha niente da dire”. Infatti, pur essendo dialettico, il pensiero dell’intellettualoide non gli consente sempre di coniugare l’opposizione dei contrari, e non disdegna le scorciatoie intellettuali senza replica. Non fidatevi troppo, però; i vostri giudizi sferzanti rischiano di scioccarlo, mandando a quel paese, con un gesto sprezzante della mano, l’argomento cui sta lavorando da dieci anni o il libro di riferimento che sua sorella ha appena pubblicato.

E adesso, la ciliegina sulla torta della veicolabilità sociale tra intellettualoidi: si consiglia di praticare un’attività manuale (cucina, bricolage, falegnameria, cucito…) e di farlo sapere, en passant, al vostro interlocutore. Non è obbligatorio, intendiamoci, ma permette di mostrare che non siete solo un cervello ambulante. Per l’intellettualoide, il lavoro artigianale a dosi omeopatiche, è un po’ come “la rivoluzione culturale sotto casa”, costa poco e consente di mostrare che si è capaci di rimanere vicini a quelli che lavorano veramente – che lavorano con le mani, voglio dire.

Dato che una cosa tira l’altra, è possibile che l’intellettualoide vi chieda di rileggergli un testo. Potrebbe essere un brogliaccio scritto nell’ambito di un workshop di scrittura, un capitolo del suo prossimo libro, o un articolo per un’oscura pubblicazione finanziata dal Centre National du Livre. (Da notare che questo istituto, emanazione del ministero della cultura, ha sede in un magnifico palazzo a Parigi: quando si distribuisce la manna pubblica si deve iniziare col servirsi per primi, è una questione di credibilità.) Si tratta di una grande manifestazione di fiducia che va apprezzata come tale; ricordatevi, però, che l’intellettualoide non si aspetta di sentirsi dire la verità riguardo a ciò che scrive: si aspetta di essere incoraggiato, il che è molto diverso. Assumete dunque un’aria compunta e dite: “Ho imparato molto” e, se volete strafare, aggiungete: “È un approccio innovativo…” Ulteriore esempio: il vostro amico intellettualoide si è lasciato andare (o meglio si è sentito autorizzato) a scrivere una fiction; a quel punto è meglio buttar lì con aria profonda: “Mi è piaciuto veramente. Sul serio.” E per meglio rafforzare le vostre parole: “C’è uno stile, un qualcosa che rimanda a un universo particolare.” Non eccedete, però, altrimenti rischiate di finire nell’ineffabile, e testimonianze attendibili documentano che si tratta di un passo irreversibile.

 

 

* Se abitate a Parigi, ci sono posti da evitare a ogni costo. Innanzitutto il Flore e Les Deux Magots, caffè frequentati nel dopoguerra dal fior fiore dell’intellighenzia ma oggi compietamente desueti e assaltati da turisti. Quanto a Lipp, non pensateci nemmeno: se i tavoli migliori di questa brasserie sono riservati ai vip della scrittura e della politica, gli altri sono abbandonati con condiscendenza ai turisti o agli sconosciuti, tra cui ci siete anche voi. Vi guarderanno dall’alto in basso: fuggite!