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La cherofobia è un male subdolo, perché ne è la radice. A soffrirne sono soprattutto le persone che hanno molta dimestichezza col dolore, i bulimici del male, che si sono sbronzati di lacrime, fatti di dolore fino all’abitudine, fino al vizio e alla dipendenza, fino a soffrirne l’astinenza come la minaccia di una droga ancora più pesante. 

Razionalmente tutti aspiriamo a essere felici, tutti desideriamo la gioia, a maggior ragione chi ha attraversato il dolore, chi ha per occhi due letti di torrenti secchi, chi ha scavato nel buio con forza, al punto di frantumarsi le unghie fino alla polpa, chi lo ha visitato in tutti i suoi recessi più reconditi e oscuri, più abbandonati e solitari.

Eppure la felicità fa paura, perché si sa che prima o poi dovrà finire. 

La luce schiude
gli occhi serrati
dalla consuetudine al buio.
Le mani premono
le palpebre per non vedere,
la vista ripiega all’interno,
sulle ombre
cinesi del ricordo.

È così che si crea un circolo chiuso dell’infelicità. È così che la paura di essere felici si autoalimenta e giustifica, fornendo a se stessa la propria conferma, snidando tra gli altri soltanto quei volti che possono dare un nome diverso ai fantasmi di sempre, al nemico consueto, al male noto quanto un amico di manica larga, sempre pronto a faro lo splendido, a offrire un drink al clandestino immortale, il subdolo carnefice interiore.

Il pasto è in tavola inerme. Si affilano le unghie dei rapaci e fremono i tartufi degli spazzini, attratti dal sangue che mai si rapprende.

La vita è un gabinetto di Caligari di sensazioni, un turbinio inesausto di stagioni interiori, una vertiginosa alternanza di estasi e disperazione.

Vivere è entrare e uscire da una serie di gallerie, fino a quella finale. Alcune sono più lunghe e più buie, alcune sembrano non finire mai e invece poi si aprono su una sterminata landa di luce a perdita d’occhio. Altre gallerie sono più brevi e sono seguite da segmenti di sentieri che tagliano il silenzio sereno di una campagna desolata. 

Non puoi mai prevedere dove si trovi la bocca del tunnel successivo nella montagna della notte, né puoi conoscere l’estensione del suo grande corpo. Però sai che dovrai inoltrarti di nuovo in quel ventre. Che in qualche modo dovrai nascere per la prima volta. E che ogni volta sarà la più dura. Perché è sempre stato così e di questo ha paura. Ne hai paura soprattutto quando sei nella gioia. Proprio per questo spesso precorri il momento del suo tramonto e la uccidi per non vederla morire, per non doverne attendere la fine come un’incognita imposta da un disegno oscuro e sempre puntuale.

Invece si dovrebbe imparare a scordare, a stonare il canto ostinato delle sirene, confondendo le carte che crediamo ci abbia consegnato il destino. 

Bisogna pensare
all’asso nella manica del Sole
in un giorno d’estate,
quando la notte sembra
non dover mai arrivare.

Bisogna guardare
oltre quel foro
nel ventre del grande male,
oltre la sua ombra
e la sua proiezione.

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