Dalla sezione “Ritorno”

 

——————A Ferrara

 

Dopo vent’anni ti ritorno

a guardare da fuori dritto nel cuore

da viaggiatore che più non cerca

 

da tempo alcun riferimento, madre

così lieve distratta e inadempiente,

eternamente infante, mia Ferrara

 

non una ruga hai sul volto soltanto

i tuoi bar sono cresciuti e i locali

aperti all’esercito fermo nel tempo

 

dei giovani in divisa per l’aperitivo

iscritti d’ufficio alle “compa” che a sera

si trovano al parcheggio dell’Iper a passare

metà della serata nel decidere che fare.

 

Torno per l’abbraccio di chilometri di mura

con le mani aperte che non ne sanno altre

 

e gli occhi tra gli occhi dei dissimili distanti;

 

per il muschio fradicio e l’alloro dei giardini

il manto di silenzio che apre i giorni festivi,

per il canto stonato dei colombi che ricorda

il ritmo sincopato del verso quando inciampa,

 

per la gaia ostinazione di antiche campane

che al dovere richiamano l’ultimo fedele,

 

per il saluto dei vecchi al davanzale,

gli screzi delle donne al mercato di quartiere,

 

per i negozianti che di me sanno gli orari,

tutto ciò che conta, il nome dei miei cani,

 

per la quiete da dopocena assonnato

quando alle otto scatta il coprifuoco,

 

per lo slalom nelle strade del centro tra le bici,

 

gli incroci di volti e i balconi fatiscenti,

i vicoli scavati come tunnel tra i palazzi,

 

i fregi sui portoni e le pallide iscrizioni,

per la muta sconfitta di antiche prigioni.

 

Torno a sentirmi raccontare dalle pietre,

dall’albero grande dove seppellivo

il vecchio pesce rosso e il fratello uccellino,

 

torno a sarchiare la nebbia per scoprire

il volto dei ricordi che non vogliono svanire

e restano nascosti come spettri per restare,

 

mentre sfumano nel buio i luoghi del calvario

 

trasferito a Cona l’ospedale è ormai lontano

somiglia adesso a un college americano

 

la scuola che ha visto la mia liberazione

dagli altri in bagno per la ricreazione

 

molto prima che imparassi a deglutire

la nostalgia del mondo, la siccità d’amore.

 

 

 

 

 

Irma

 

Irma era la terza nonna honoris causa

nessuno lo sapeva ma lei era regina

della strada che abitavo da bambina;

 

con la vita fina e i fianchi danzanti

le gambe di giunchi e i gigli dei denti

e camelie di capelli cotonati con cura

attorno al capo come una corona,

 

Irma non perdeva un solo colpo

a bordo dalla bianca Cinquecento

quando in tacchi alti e completo elegante

lo smalto sulle unghie e il parasole sgargiante

partiva dritta e fiera verso il mare;

 

Irma che fingeva d’infornare

la mitica ciambella “superiore”

che dal pasticcere invece comprava

per noi bambini nel fine settimana;

 

Irma che diceva di parlare con i fiori

di non lasciarli mai nel silenzio da soli,

lei che riesumava ciclamini e vi spuntava

nel mezzo sorridente al davanzale

sporgendosi per invitarci a salire;

 

Irma che senza una ragione

un giorno mi ha donato il sole

giallo del mio piccolo tenore

 

Cippi il canarino che sapeva

 

scrosciare con la voce come un fiume

perdersi in onde e vortici nel mare

 

del suo assolo che sembrava risalire

infinito per sfumare quando il sole

tramontava con il capo sotto l’ala;

 

Irma che mi ha lasciata sola

quando ero già tanto lontana

da questa mia città così sorda o burlona.

 

 

 

 

 

Parco Bassani, II

 

Il cielo cala nero in anticipo stasera

un velo sulla tentazione di volare

 

via da tutto quello che muore

– le piante in giardino, la memoria,

 

il silenzio che circonda la mia storia

parole mute come pesci in fondo al mare

 

i libri sfaldati a forza di sfogliare,

amicizie promesse fuochi di parole

 

tutto inverna nella notte a breve –

 

Ho un cane per cuscino l’altro a lavare

le mani da invisibili avanzi di pane

 

tra onde d’erba e un’alba di temporale.

 

 

 

 

 

Dalla sezione “Ricordo”

 

Usciamo brancolando a rapinare

la lingua sconosciuta delle strade

 

orfane nel caos del tuo respiro

che dava ai passi il ritmo dell’attorno.

 

La gente mi chiede di te come un’accusa

di non saperti ancora pronunciare

 

 

 

 

 

 

Potesse la pioggia non finire, io restare

per sempre al caldo in attesa di qualcosa

di eclatante, un lampo dirompente:

un amico che ti chiami per niente,

uno sconosciuto che non legga

in te soltanto quello che gli serve,

un pianto che non enunci le assenze

un silenzio che non pronunci sentenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla sezione “Volti”

 

Lei aveva occhi di notte senza fondo

dietro gli occhiali spessi che il sole

striava come pioggia fitta di riflessi;

 

mentre sfiorava la pagina col viso

il naso scivolava sul foglio alla ricerca

di una pista di parole verso un senso,

 

si serravano le dita attorno alla matita

che segnava sul margine grigie le parole

fitte tra loro per non lasciarle sole.

 

Mi sedetti con lei sulla panchina,

guardando il sole che volava

sempre più distante dalla riva;

 

silenziosi passeri piovevano leggeri

lungo il bagnasciuga per pescare

avanzi di cibo, gusci di telline.

 

Ancora non era mercato il lungomare

la notte pareva non volersi svegliare

prima che lei terminasse il suo dovere:

 

Una pagina al giorno da decifrare

forse dell’ultimo libro

che questi occhi ancora potranno inghiottire.

 

 

 

 

 

 

 

Io non l’ho voluto questo figlio,

 

dici a bruciapelo e guardi sorridendo

lui che dalla porta ti sorride

 

di rimando, si volta senza sguardo

verso l’oblò aperto sull’esterno

 

a un pianto di sirene in avvicinamento

al portone del pronto soccorso sempre aperto,

 

ogni giorno striato di azzurro e di tormento,

 

mentre la donna al tuo fianco sobbalza

e nello scialle rapida sprofonda.

 

Eppure è per lui che al mattino mi risveglio

però l’ho capito solo ora che di cancro

sto morendo.

 

 

 

 

 

Tramonto

 

Non dico che non esista l’amore

 

mormori in preghiera dopo un’ora

di chiacchiere e risate acute da bambina;

 

ti avvolgi la gonna attorno alle caviglie,

tirandoti i polsini della maglia sulle mani

 

per posarvi il mento sopra il dorso

sedendoti con me sul marciapiede

 

– tra cartocci piovuti a due metri dal cestino

pane, granturco e guano sul gradino,

 

contando sul selciato tacchi e mocassini

ruote di trolley, bici e passeggini –

 

ma oggi amore è questo triste fiume,

invaso da rifiuti e pantegane,

 

che nel caos del centro scorre incurante

del rombo delle auto che lo soffoca invadente,

 

noi siamo le figure allineate sopra il ponte,

che vedi profilarsi nel tramonto indistinte:

 

c’è chi al parapetto si sporge forse in cerca,

chi impietrisce a un tratto nella tormenta,

chi per sbaglio o noia si arresta nel centro;

 

i più vanno oltre all’orizzonte degli altri,

o di un lavoro, un tetto, un riconoscimento,

uno schermo, una cornetta, un buco dentro

 

e il sole lentamente nell’acqua va svanendo.

 

 

 

 

 

 

 

Non lo rivelare agli angeli sussurra

al vuoto della grande sala sprofondata

 

nell’inverno la tua voce che in migliaia

si riflette nello scrigno della danza

 

ma sgrana bianche perle di silenzio

nel rosario di un taciuto assenso,

 

mentre ci troviamo entrambi sciolti,

eppure cauti e circospetti come amanti,

 

ora che perfettamente abbiamo appreso l’arte

del tenere in pugno il bene e in gola le parole

 

e l’uno dell’altro l’autentico vedere

 

nell’attesa che tramonti il mondo e salga il giorno

di quest’armonia segreta che la luce intenta

 

ha il tuo nome e tutti quelli che t’invento

questo nostro sempre inscritto in ogni tempo

 

come la faccetta in ombra di un diamante.

 

Fuori intona il vento un controcanto

sulle note sghembe del respiro barcollante

 

di chi ha visto crescere dal niente il senso dell’ovunque,

amore, dove caldo è il buio e luce è grazia che ti soffia

 

in viso l’onda lieve e allucinata delle ombre

 

e pioggia sgorga alla sorgente dell’istante

e batte l’infinito della tua presenza

 

e tutto ha forma e tutto è

nuovamente.

 

 

 

 

 

Dalla sezione “Mare

 

                             a mio padre

 

I gabbiani oggi orfani del sole

piangono di fame sul litorale,

le onde hanno spazzato i resti del banchetto

in questo loro strenuo mietere e ridare.

Adesso io ricordo te come un gigante

che in braccio mi portava lievemente

“dove non si tocca” per lanciami

in volo e riacciuffarmi appena prima

che cadessi in acqua per salvarmi

 

Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

De la sección  “Ritorno”

 

————————-A Ferrara

 

Después de veinte años te vuelvo

a mirar desde afuera directo al corazón

como un viajero que ya no va buscando

 

desde hace tiempo ninguna referencia, madre

tan leve despistada e insolvente,

eternamente infante, mi Ferrara

 

no hay arrugas en tu rostro solamente

tus bares han aumentado y tus locales

están abiertos a un ejército atascado en el tiempo

 

de los jóvenes en uniforme para el aperitivo

inscritos de oficina a las “compas” que la tarde

se reúnen en el estacionamiento del “Hiper” a pasar

la mitad de la noche decidiendo qué hacer.

 

Vuelvo para el abrazo de quilómetros de muros

con mis manos abiertas que no conocen otras manos

 

y mis ojos entre los ojos de mis disímiles lejanos;

 

para el musgo empapado y el laurel de los jardines

el manto del silencio que abre los días festivos,

por el canto desentonado de los palomos que me recuerda

el ritmo sincopado de los versos cuando tropiezan,

 

para la alegre obstinación de las viejas campanas

que a los deberes llaman al último fiel,

 

para el saludo de los viejos en el medio del alféizar,

las riñas de las mujeres en el mercado de mi barrio,

 

para los comerciantes que saben mis horarios,

y todo eso que cuenta, los nombres de mis perros,

 

por la quietud de sobremesa somnolienta

cuando a las ocho estalla el toque de queda,

 

por el slalom en las calles del centro entre los ciclos,

 

los cruces de los rostros y los balcones ruinosos,

los callejones como túneles entre los edificios,

 

los frisos sobre los portones y las desteñidas inscripciones,

para la muda derrota de las prisiones antiguas.

 

Vuelvo a sentirme contar por las piedras,

por el árbol grande dónde enterré

al viejo pez rojo y a mi hermano pajarito,

 

vuelvo a escardar la niebla para descubrir

el rostro de los recuerdos que nunca se quieren desvanecer

y quedan escondidos como espectros para permanecer,

 

mientras se esfuman en la oscuridad los lugares del calvario

 

trasladado a Cona el hospital está lejano

asemeja ahora a un colegio americano

 

la escuela que cada día veía mi liberación

de los otros en el baño a la hora de la “recreación”

 

mucho antes de que aprendiera a deglutir

la nostalgia del mundo, la sequía del amor.

 

 

 

 

 

Irma

 

Irma era mi tercera abuela honoris causa

nadie lo sabía, pero ella era la reina

de la calle en que vivía cuando niña;

 

con su cintura fina y sus caderas danzando

sus piernas de juncos y los lirios de sus dientes

y las camelias de sus cabellos peinados con cuidado

alrededor de su cabeza como una corona,

 

Irma nunca frenaba

a bordo de su blanco Cinquecento

cuando en tacos altos y traje de chaqueta

las uñas esmaltadas y el parasol chillón,

viajaba orgullosa y erguida hacia el mar;

 

Irma que fingía hornear

la legendaria rosca “superior”

que compraba en secreto al pastelero

para nosotros, los niños, cada fin de semana;

 

Irma que decía que hay que hablar con las flores,

nunca dejarlas solas en el silencio,

Irma que exhumaba ciclaminos y aparecía

en medio de ellos sonriente en el alféizar

apoyándose para invitarnos a subir;

 

Irma que sin una razón

un día me regaló el sol

amarillo de mi pequeño tenor

 

Cippi el canario que sabía

 

rugir con su voz como un río

perderse entre los remolinos y las olas del mar

 

de su solo que parecía subir

infinito para desvanecerse cuando el sol

se ponía con la cabeza bajo el ala;

 

Irma que un día me dejó sola

cuando estaba tan lejos

de mi ciudad tan sorda o burlona.

 

Traducción de Chiara De Luca & Mario Pera

 

 

 

Parco Bassani, II

 

el cielo baja negro con anticipación esta noche

un velo sobre la tentación de volar

 

lejos de todo lo que muere

 

– las plantas en el jardín, la memoria,

el silencio que envuelve mi historia,

 

palabras mudas como peces en el mar

libros desencuadernados a fuerza de hojearlos

 

amistades prometidas fuego de palabras

todo inverna en la noche en breve –

 

Tengo un perro como cojín el otro lavando

las manos de invisibles trozos de pan

 

entre olas de hierba y un alba de tormenta

 

 

 

 

 

De la sección “Ricordo”

 

Salimos dando bandazos, a atracar

la lengua desconocida de las calles

 

huérfanas en el caos de tu respiro

que daba a los pasos  el ritmo del entorno.

 

La gente me pregunta por ti como un reproche

por no saberte todavía pronunciar

 

 

 

 

 

 

Pudiera la lluvia no terminar y yo quedarme

para siempre al calor en espera de algo

epatante, un relámpago resonante

un amigo que te llame por nada

un desconocido que no lea

en ti solamente lo que le sirve

un llanto que no enuncie ausencias

un silencio que no pronuncie sentencias

 

 

Traducción de Antonio Nazzaro

 

 

 

 

 

De la sección “Volti”

 

Ella tenía ojos de noche sin fondo

tras las gruesas gafas que el sol

rayaba como lluvia espesa de reflejos;

 

mientras rozaba la pagina con el rostro

la nariz se deslizaba sobre la hoja en la busqueda

de una pista de palabras hacia un sentido,

 

se ceñían los dedos en torno al lápiz

che apuntaba en el margen gris las palabras

apretadas entre ellas para no dejarlas solas

 

Me senté con ella en el banco

mirando el sol que volaba

cada vez más lejos de la orilla.

 

Silenciosos gorriones llovían ligeros

a lo largo de la orilla para pescar

restos de comida, conchas de tellinas.

 

Todavia no era mercado el malecon

la noche parecía que no quería despertar

antes de que ella terminase su deber.

 

Una página al día para descifrar

acaso del último libro

que estos ojos aun podrán devorar

 

Traducción de Antonio Nazzaro

 

 

 

 

 

No soy yo quien quiso a este hijo,

 

dices a quemarropa y lo miras sonriendo

él, que desde la puerta te sonríe

 

de rebote, gira sin mirada

hacia la portilla abierta al exterior

 

a un llanto de sirenas que se acercan

al portón de las urgencias que siempre está abierto,

 

cada día estriado de azul y de tormento,

 

mientras la mujer a tu lado se sobresalta

y se hunde deprisa en su chal.

 

Sin embargo, es para él que cada mañana me despierto

pero lo he entendido sólo ahora que de cáncer

me estoy muriendo.

 

 

 

 

 

Ocaso

 

No digo que no exista el amor

 

murmuras en ruego después de una hora

de charlas y risotadas agudas de niña;

 

te envuelves la falda alrededor de los tobillos,

tirándote los puños del jersey sobre las manos

 

para posar tu mentón sobre el dorso

sentándose conmigo sobre la acera

 

– entre cucuruchos llovidos a dos metros de la papelera

pan, maíz y guano sobre el peldaño,

 

contando sobre el pavimento los tacones y mocasines

las ruedas del bus, de las bicicletas y de los cochecitos –

 

pero hoy el amor es este triste río,

invadido por rechazos y ratas de alcantarilla,

 

que en el caos del centro corre despreocupado

del estruendo entrometido de los coches que lo invade

 

nosotros somos las figuras alineadas sobre el puente,

que ves delineándose indistintas en el ocaso:

 

hay quien al parapeto se asoma quizás en busca,

quien de pronto se petrifica en la tormenta,

quien por error o aburrimiento se pone de pie en el centro;

 

la mayoría va más allá al horizonte de los otros,

o de un trabajo, un techo, un reconocimiento,

una pantalla, una corneta, un agujero dentro

 

y el sol lentamente en el agua se va desvaneciendo.

 

Traducción de Chiara De Luca & Mario Pera

 

 

 

 

 

No lo revele a los ángeles susurra

al vacío de la gran sala hundida

 

en el invierno tu voz que en millares

se refleja en el cofre de la danza

 

pero desgrana blancas perlas de silencio

en el rosario de un callado consentimiento

 

mientras nos encontramos ambos sueltos,

sin embargo cautos y circunspectos como amantes,

 

ahora que perfectamente hemos aprendido el arte

del tener en puño el bien y en la garganta las palabras

 

y el uno del otro el auténtico ver

 

en la espera que se ponga el mundo y suba el día

de esta armonía oculta que la luz intenta

 

tiene tu nombre y todos los que te invento

este nuestro siempre inscrito en cada tiempo

 

como la faceta en sombra de un diamante

 

afuera entona el viento un contrapunto

sobre las notas torcidas de la respiración tambaleante

 

de quien ha visto crecer desde la nada el sentido de cualquier parte,

amor, donde el calor es el oscuro y luz es gracia que te sopla

 

en rostro la onda leve y alucinada de las sombras

 

y lluvia brota a la vertiente del instante

y golpea el infinito de tu presencia

 

y todo tiene forma y todo es

nuevamente

 

 

 

 

 

De la sección “Mare”

 

                                       a mi padre

 

Las gaviotas hoy huérfanas del sol

lloran de hambre sobre el litoral

las olas han barrido los restos del banquete

en su incansable cosechar y devolver.

Ahora yo te recuerdo como a un gigante

que en sus brazos me llevaba con levedad

“donde no se toca” para echarme

a volar y recogerme un instante antes de

que cayese en el agua para salvarme

 

De Alfabeto de lo invisible, Samuele Editore 2015

ferrara_1_novembreChiara De Luca: nacida en Ferrara en el 1975, licenciada en lenguas y literatura extranjera por la Universidad de Pisa, ha estudiado en la Escuela europea de traducción literaria para la edición de Magda Olivetti en Florencia, posee un Máster en traducción literaria para la edición, de la Universidad de Bolonia, donde más tarde se ha doctorado en Literaturas de la Europa Unida. 
Como docente ha colaborado con varias escuelas de idiomas e italiano para extranjeros. 
Traduce de inglés, francés, alemán, español y portugués. Como traductora ha colaborado con las editoriales Compositori, Salani, Crocetti, Mondadori, Datanews, Gedit y ART studio editoriale y con diversos festivales internacionales de poesía. Ha publicado las novelas La Collezionista (Fara, 2005), y La Mina (stra)vagante (Fara, 2006), las secuencias de poemas La notte salva (Fara, 2008), Il soffio del silenzio (Fara, 2009) y Il mondo capovolto (Fara, 2012), con Kolibris el poemario La corolla del ricordo (Kolibris 2009, 2010), publicado también en versión bilingüe con traducción en inglés de Eileen Sullivan (The Corolla of Memory, 2009) y la antología Animali prima del diluvio. Poemas 2006 -2010. Ha publicado textos poéticos en numerosas revistas y antologías. Ha traducido sesenta poemarios de autores extranjeros contemporáneos y algunas novelas, ha curado la antología de joven poesía contemporánea Nella borsa del viandante, (Fara, 2009), y publicado el libro de ensayos sobre la poesía contemporáneo A margine dei versi, Kolibris, 2015). Ha creado y dirige la editorial independiente Kolibris, consagrada a la traducción y a la difusión de la poesía a extranjera contemporánea. Se ocupa del sitio “A margine dei versi”, dedicado a la crítica del texto poético y del sitio a internacional “Iris News”, dedicado a la traducción poética, al bilingüismo y a la literatura de la migración, con el cual colaboran numerosos poetas, traductores y editores de muchas nacionalidades. Colabora con varias revistas y sitios literarios. El poemario Alfabeto dell’invisibile va ser publicado, próximamente por la editorial Samuele Editore.