Traduit par Elisabetta Visconti-Barbier

Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

 

 

Dalla sezione “Ritorno”

 

A Ferrara

 

Dopo vent’anni ti ritorno

a guardare dritto nel centro del cuore

da viaggiatore che ormai più non cerca

 

da tempo alcun riferimento, madre

tanto lieve distratta e inadempiente,

eternamente infante, mia Ferrara

 

non una ruga sul volto solamente

i bar sono cresciuti e i tuoi locali

aperti alle truppe ferme sull’attenti

 

di giovani in divisa in vista dell’aperitivo

iscritti d’ufficio alle “compa” che a sera

si trovano al piazzale dell’Iper a bruciare

metà della serata nel decidere che fare.

 

Torno per l’abbraccio di chilometri di Mura

con le mani aperte che non ne sanno altre

 

gli occhi tra gli occhi dei dissimili distanti;

 

per il muschio fradicio e l’alloro dei giardini

il manto di silenzio che apre i giorni festivi,

per il canto stonato dei colombi che ricorda

il ritmo sincopato del verso quando inciampa,

 

per lo strenuo pulsare di esauste campane

che al dovere richiamano l’ultimo fedele,

per le braccia tese dei vecchi al davanzale,

gli screzi delle donne al mercato di quartiere,

 

per i negozianti che di me sanno gli orari,

tutto quel che conta, il nome dei miei cani,

per la quiete bella da farwest inabitato

quando dopo cena scatta il coprifuoco,

 

per l’accorto slalom in centro tra le bici,

 

gli incroci di volti e i balconi fatiscenti,

i vicoli scavati come tunnel tra i palazzi,

 

i fregi sui portoni e le pallide iscrizioni,

la silente sconfitta di austere prigioni.

 

Torno a sentirmi raccontare dalle pietre,

dall’albero grande dove seppellivo

in un dolce rito l’amato uccellino,

 

torno a sarchiare la nebbia per scoprire

il volto di ricordi che non vogliono svanire

e restano sepolti come spettri per restare,

 

digradano nel buio i luoghi del calvario

trasferito a Cona l’ospedale è nel lontano

ora ormai ricorda un college americano

 

la scuola che ha visto la mia liberazione

dagli altri nel bagno all’ora di ricreazione

molto prima che imparassi ad abbracciare

la nostalgia del mondo, la siccità d’amore.

 

 

 

 

Via della Ghiara

 

Perla in salvo tra valve di conchiglia,

 

avvolta dalle mura gelose di una villa

anche oggi scorgo qualcosa che somiglia,

traluce dalle crepe, il verde di una foglia–

 

non lo sa il romano che ieri in comitiva

ho sentito gridare madonna che griggiume!

che le strade di Ferrara tramano giardini

 

lodando il legno vivo nel chiostro delle case,

dove pregano gli uccelli nell’amen del silenzio

la salmodia del giorno sul messale dell’inverno;

 

lo sanno i gatti dei vicoli del centro

che occorre scalare i muri per entrare,

sgusciare come ombre dalle gattaiole,

 

bocche severe sui portoni delle case

a chi non sa volare o è cresciuto per sgusciare

non resta che essere negli occhi e non lasciare

 

cedere lo sguardo a perdere il frammento

che dal grigio-perla fuoriesce sfarfallando

dal vano evanescente di mille false porte

 

sbalzate dalla nebbia su lastre d’apparenze.

 

 

 

 

 

Via Camaleonte

 

a mio fratello

 

Al tuo braccio appesa come all’albero maestro

nel viavai di arrivi e partenze a Tiburtina

dopo il primo appello della morte repentino

a spingerci sul treno da bambini verso Roma

 

dove mamma per mano aveva accompagnato

la sua mamma all’ultima stazione del dolore

che per sempre chiuse il regno in Via Napoleone

cancellando Roma dai posti per restare.

 

Di due naufraghi arenati all’alba sul binario

per cercare nella folla la giusta direzione,

tu eri il capitano con gli occhi presi al largo

senza timore perché i grandi non ne hanno.

 

Non so se giungemmo volando a quella chiesa

o contando a uno a uno i sampietrini come quando

la domenica mattina raggiungevo il catechismo

centrando con un piede dopo l’altro i sassi pari,

 

ma che era grande da fermarci sulla soglia

e che ho colto tra le dita una lacrima di cera

mentre sull’altare un uomo calmo ci parlava

 

di Teresina come di una che non c’era,

che più non mi avrebbe baciata sulla fronte

la sera nel lettone la vigilia di Natale,

 

che più non mi avrebbe accolta sulla soglia

sorridendo in fondo ai quarantadue gradini

da fare al galoppo senza mai perdere il conto.

 

A chi diceva La tua nonna è andata

in cielo, gridavo Il cielo è in terra

e in tutta questa pioggia

 

di pianto manca nonna,

finché mi sciolsi in acqua

per cadermi lungo il viso.

 

Ora che ho cercato altrove per vent’anni

ritorno alla partenza per non ritrovarti,

i ricordi come stecche di mikado li ha soffiati

un alito d’orgoglio la tenacia di un tornado

e sono già due anni che ci ha sparpagliato.

 

Oggi lungo il muro ritraccio lentamente

le gobbe in via Cammello verso via Camaleonte,

sasso dopo passo dopo sasso da contare

senza perdere di vista la luce al davanzale,

 

per sapere se stasera tra le labbra della nebbia

è la breccia di un mondo o solo il margine di un giorno.

 

Ma di nuovo perdo il conto e resto appesa al vento

in quest’angolo di cielo da tempo ormai deserto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla sezione “Stazioni [pioggia]”

 

 

Ti siano pudiche le stelle

 

erose da pupille rifugiate e arrese

all’esistere distante di speranze,

 

perché non abbia nome questa notte

di volti e vele rotte, strade in anni

 

luce di sentenze, sia invincibile,

già stata – accesa – poi – precipitata

 

al passo del tempo inavvenuto,

alba primordiale è buio

 

l’utero di quel che non ritorna.

 

 

 

 

 

 

La pioggia è una favola prima di dormire

stanotte sommessa a sorpresa ci racconta,

insistentemente lungo i muri ci riporta

il sordo pulsare del sangue quelle sere

a cercare di smorzare la sua corsa nelle vene,

perché non ci stanassero gli spiriti invidiosi

tra gli alberi nel buio di quel nostro amore,

passo dopo passo discosti fianco a fianco,

a fronte alta per non perdere lo sguardo

l’uno nell’anima dell’altro.

 

 

 

 

 

Avevo una tenda arancione da ragazza,

di quelle a poco prezzo che non sporchi troppo

 

né sgualcisci lanciandole in valigia per partire

da un giorno all’altro un’altra volta scomparire.

 

Amavo quel suo stile nel catturare il sole

tingendo i muri della stanza d’arancione,

 

segnando lievi fiori d’ombra lungo il muro

come fosse quella nuova la casa per restare,

 

mentre disponevo le cose in formazione

familiare perché tutto si mentisse normale.

 

Ho gettato quella tenda con l’ultimo trasloco

mesi prima come fosse il sudario del passato.

 

 

 

 

 

 

 

Usciamo brancolando a rapinare

la lingua sconosciuta delle strade

 

orfane nel caos del tuo respiro

che dava ai passi il ritmo dell’attorno.

 

La gente mi chiede di te come un’accusa

di non saperti ancora pronunciare.

 

 

 

 

Terremoto

 

Hanno smantellato nella notte il nido

che caparbia la colomba aveva stabilito

di deporre col futuro sopra il davanzale.

 

Rapida ricresce la sua casa di fortuna

di sterpi, carta, fango, gusci e spazzatura.

 

La spio dietro le tende a casa di mia madre

tra scatole sfondate che dopo il terremoto

hanno inghiottito alla rinfusa quel che è stato.

 

Né più ricordo dove dormano i diari

i vecchi peluche, i biglietti dei treni,

le lettere, il vinile, i progetti di domani –

 

sarà come scartare dei doni da lontano

oppure lasceremo gli spettri al loro buio.

 

 

 

 

 

 

Dalla sezione “Volti”

 

 

 

Tramonto

 

Non dico di essere certa che l’amore

vero non esista o esista forse…

 

mormori in preghiera dopo un’ora

di chiacchiere e trilli acuti da bambina;

 

ti avvolgi la gonna attorno alle caviglie,

tirando sulle mani i polsini della maglia

 

per posare decisa il mento sul dorso

sedendoti con me lungo il corso

 

– tra carte piovute accanto al cestino,

pane, granturco e guano sul gradino,

 

mentre contiamo tacchi e mocassini

ruote di trolley, bici e passeggini –

 

ma l’amore ormai è questo triste fiume,

ogni dove invaso da rifiuti e pantegane,

 

che nel caos del centro scorre noncurante

del rombo d’auto a spegnerlo invadente,

 

noi siamo le figure allineate sopra il ponte,

che vedi profilarsi nel tramonto indistinte:

 

c’è chi al parapetto si sporge forse in cerca,

chi a un tratto impietrisce nella tormenta,

chi per noia o per errore si arresta nel centro;

 

i più vanno oltre, all’orizzonte degli altri,

di un mestiere, un tetto, un riconoscimento,

uno schermo, una cornetta, un buco dentro

 

e il sole lentamente nell’acqua va svanendo.

 

 

 

 

 

 

Lei aveva occhi di notte così greve

dietro gli occhiali spessi che il sole

rigava come una pioggia gentile;

 

mentre sfiorava la pagina col viso

il naso scivolava sul foglio alla ricerca

di una pista di parole verso un senso,

 

si serravano le dita attorno alla matita

che segnava sul margine grigie le parole

fitte tra loro per non lasciarle sole.

 

Mi sedetti con lei sulla panchina,

guardando il sole che volava

sempre più distante dalla riva;

 

silenziosi passeri piovevano lievi

lungo il bagnasciuga per pescare

avanzi di cibo, gusci di telline.

 

Ancora non era mercato il lungomare

la notte pareva non volersi svegliare

prima che lei finisse il suo dovere:

 

Una pagina al giorno da decifrare

forse dell’ultimo libro che ancora

questi occhi potranno divorare.

 

 

 

 

Lei è un abito di seta elegante

 

che fluttua nel vento come un niente

precariamente appeso al volto spento,

 

non si stanca mai di camminare

ogni giorno da secoli per ore,

 

non si sazia mai di quel suo andare

senza mai il traguardo di una fine.

 

Lei è divenuta sostanza del paesaggio

ramo scarnito, arbusto consumato,

 

filo d’erba sottile sul selciato.

 

Ogni anoressica è una gabbia, mi ripeti,

di un cuore che ha bisogno di essere in prigione

 

da quando il cielo gli ha negato di volare.

 

 

 

 

 

Dalla sezione “Mare”

 

 

 

Sale la marea di luce del mattino

d’acqua di notte che sul fondale

ha mutato il vento in abbandono –

Io vorrei potere come le onde

sfiorare la sabbia che ti assorbe,

essere goccia respinta dalle rocce,

non tutta quest’acqua così ferma

stagna in una rada senza sponde

 

 

 

 

a mio padre

 

I gabbiani oggi orfani del sole

piangono di fame sul litorale,

onde hanno spazzato i resti del banchetto

in questo loro strenuo mietere e ridare.

Adesso io ricordo te come un gigante

che in braccio mi portava lievemente

“dove non si tocca” per lanciami

in volo e riacciuffarmi appena prima

che cadessi in acqua per salvarmi

Poèmes extraits de L’Alphabet de l’invisible.

 

 

Section «Retour»

 

À Ferrare

 

Je reviens vingt ans plus tard

te regarder à nouveau droit dans le cœur

moi voyageur qui désormais ne cherche plus

 

aucun repaire depuis longtemps,

oh ! toi Ferrare, ma ville maternelle quelque peu

absente aussi bien que vacillante, mais éternellement jeune

 

ton visage n’a pas pris une ride

seuls les cafés se sont multipliés et les lieux

ouverts à ces troupes de jeunes uniformément vêtus

 

qui se mettent au garde-à vous attendant l’ heure de l’apéritif

ils font officieusement partie des bandes qui le soir

se retrouvent sur le parking de chez Leclerc et gaspillent

la moitié de la soirée avant de choisir quoi faire.

 

Je reviens pour cette étreinte de kilomètres de remparts

avec les mains ouvertes qui n’en connaissent pas d’autres

 

les yeux dans les yeux de la dissemblance lointaine ;

 

pour ce tapis de mousse détrempée et le laurier des jardins

le manteau de silence qui annonce les jours fériés,

le chant désaccordé des pigeons qui me rappelle

le rythme syncopé du vers lorsqu’il bute dans l’écriture,

 

pour les vibrations sans cesse des cloches qui

épuisées rappellent le dernier fidèle à son devoir,

pour les bras tendus des vieillards à la fenêtre,

les mésententes des femmes au marché du quartier,

 

pour les commerçants qui connaissent mes horaires,

le nom de mes chiens et savent bien ce qui m’importe,

pour la belle tranquillité qui rappelle un far west inhabité

lorsque après diner il y a le couvre-feu,

 

pour cet attentif zigzag parmi les vélos en centre ville,

 

le croisement des regards et les balcons délabrés,

les ruelles creusées comme des tunnels au milieu des palais,

 

les frises sur les portes cochères et les pâles inscriptions,

la défaite silencieuse d’austères prisons.

 

Je reviens écouter à nouveau les pierres qui me parlent

ainsi que le grand arbre où j’enterrais

par un rituel de douceur l’oiselet tant aimé,

 

je reviens sarcler le brouillard afin d’y découvrir

le visage des souvenirs qui ne veulent pas s’estomper

et demeurent enterrés comme des spectres pour durer,

 

dans l’obscurité se voilent les lieux du calvaire

l’ hôpital transféré à Cona est si loin

il me rappelle désormais un collège américain

 

l’école témoin de ma libération des autres

aux toilettes pendant la récréation

bien avant que j’apprenne à embrasser

la nostalgie du monde, la sécheresse d’amour .

 

 

 

 

Via della Ghiara (Rue du Gravier)

 

Ô perle trouvant refuge parmi valves de coquillages,

 

aujourd’hui encore, enveloppée par les murs jaloux d’une villa

j’aperçois un fragment qui te ressemble,

elle luit à travers fissures, la feuille verte-

 

le touriste romain au milieu du groupe

hier je l’ai entendu crier Mon dieu, quelle grisaille !

mais il ignore que les rues de Ferrare ourdissent des jardins

 

louant le bois vif du cloître des maisons,

où dans l’amen du silence chantent des oiseaux

la psalmodie du jour dans le missel de l’hiver ;

 

ils le savent bien les chats des ruelles en centre ville

qu’il faut escalader les murs pour y pénétrer,

se glissant hors des chatières comme des ombres,

 

bouches austères au-dessus des portes cochères

à celui qui ne sait s’envoler ou a grandi pour briser sa coquille

il ne lui reste plus qu’à plonger au fond des yeux

 

et préserver dans le regards le fragment

qui éclore de ce gris-perle en papillonnant

dans l’espace évanescent de mille portes en trompe-l’œil

 

jaillissantes du brouillard sur couches d’apparences.

 

 

 

 

Via Camaleonte (Rue Caméléon)

 

À mon frère

 

Accrochée à ton bras comme au grand mât

en gare de Tiburtina entre départs et arrivées

où le premier appel de la mort si brutal dans notre enfance

nous poussa dans le train vers Rome

 

maman tenant sa mère par la main

l’avait accompagnée à l’ultime calvaire de la douleur

qui pour toujours ferma les portes du royaume rue Napoléon

et bannit Rome des lieux où rester.

 

Nous échouions à l’aube sur le quai tels deux naufragés

cherchant dans la cohue la bonne direction,

tu étais le capitaine aux yeux pris à l’appel du large

dépourvu de crainte car les grands en n’ont pas.

 

Je ne sais si nous arrivâmes en courant à l’église

ou en comptant un à un les pavés sous nos pieds

comme je le faisais les dimanches matin allant au catéchisme

où je visais à chaque pas les cailloux pairs ,

 

mais je le vois encore ce lieu dans son immensité

et l’immobilité de nos corps sur le seuil

là où j’avais senti une larme de cire couler sur mes doigts

tandis que de l’autel un homme quiet nous parlait

 

de ce qui fut Teresina,

qui n’aurait plus embrassé mon front

le soir dans son grand lit la veille de Noël,

 

ni m’aurait attendue sur le seuil

avec un sourire au bout des quarante deux marches

à monter en vitesse sans jamais oublier combien elles étaient.

 

A’ ceux qui me disaient Ta grand-mère

est au ciel, je leur criait Le ciel est ici-bas

et dans chaque larme versée

 

tu me manques mamie,

jusqu’à ce que je fonde en pleurs

noyant mon visage.

 

Durant vingt ans j’ai cherché ailleurs

je reviens aujourd’hui au commencement sans te retrouver,

les souvenirs sont des mikado balayés

par un souffle d’orgueil la ténacité d’une tornade

cela fait déjà deux années qu’on a été éparpillés.

 

À présent lentement longeant le mur je retrace

les bosses rue du Chameau vers rue Caméléon,

pavé après pavé sous mes pas à compter

à l’affût de la lumière à la fenêtre,

 

pour savoir si ce soir sur les lèvres du brouillard

s’ouvre le hiatus d’un monde ou est-ce seulement la silhouette d’un jour.

 

Mais à nouveau le compte n’y est plus

et je demeure suspendue dans le vent

en ce coin de ciel désormais déserté depuis longtemps.

 

 

 

 

Dalla sezione “Stazioni [pioggia]”

 

 

Qu’elles soient pudiques envers toi les étoiles

 

écorchées par des pupilles exilées

et capitulées devant une existence lointaine d’espérances,

 

qu’elle soit innommée cette nuit de visages et voiles déchirées

où les routes sont des années de lumière

 

chargées de sentences, mais nuit invincible

autrefois illuminée puis anéantie

 

au passage du temps inaccompli,

l’aube primordiale est obscurité

 

utérus de ce qui ne revient pas.

 

 

 

 

 

La pluie est une fable avant de s’endormir

si douce cette nuit elle nous surprend avec son récit,

et sans cesse le long des murs nous ramène

ce sourd frémissement du sang les soirs

où nous essayions de calmer son flux dans les veines,

pour éloigner les esprits jaloux

au milieu des arbres dedans la nuit de notre amour,

nous marchions écartés et pourtant côte à côte

la tête haute pour ne pas perdre le regard

l’un dans l’âme de l’autre.

 

 

 

 

 

J’avais une tente orange quand j’étais jeune,

une pas trop chère qu’on ne salit ni chiffonne trop

 

en la balançant dans la valise pour partir

d’un jour à l’autre et une nouvelle fois s’éclipser.

 

J’aimais sa manière de capturer le soleil

répandant une lumière orange sur les murs de la chambre

 

y laissant à peine des fleurs d’ombre

comme si c’était elle la nouvelle maison à habiter,

 

tandis que je rangeais mes affaires avec une répartition

à moi familière pour que tout apparaisse normale dans son mensonge.

 

Quelques mois auparavant lors du dernier déménagement

je l’ai mise à la poubelle comme si c’était le suaire du temps passé.

 

 

 

 

 

 

Dans la ville nous essayons de braquer

la langue inconnue des routes

 

orphelines dans le chaos de ta respiration

qui donnait aux pas le rythme des abords.

 

Les gens me demandent de toi sur un ton d’accusation

pour n’être pas encore capable de te nommer.

 

 

 

 

Tremblement de terre

 

Ils l’ont démantelé dans la nuit le nid

où la colombe avait confié son avenir

et qu’elle voulut obstinément

poser sur le rebord de la fenêtre.

 

Rapide se bâtit sa maison de fortune

avec ronces, papier, fange, coques et autres détritus.

 

Je l’épie derrière les rideaux dans la maison de ma mère

au milieu de boîtes défoncées qui après le séisme

ont englouti pêle-mêle ce qui s’est produit.

 

J’ai oublié où dorment mes cahiers de classe,

les vielles peluches, les billets de trains,

les lettres, les disques en vinyle et les projets pour demain –

 

ce sera comme ouvrir des paquets cadeaux étant loin

ou alors nous laisserons les spectres à leur obscurité.

 

 

 

 

 

Section «Visages »

 

 

 

Crépuscule

 

Je ne prétends pas être sûre en disant que l’amour

vrai n’existe pas ou qu’il existe peut-être …

 

tu murmures cela comme une prière une heure après

tes bavardages et trilles aigus d’enfant ;

 

tu enroules ta jupe autour des chevilles,

et tires vers les mains les manchettes de ton pull

 

décidée à poser le menton sur ton dos

en t’asseyant près de moi le long du boulevard

 

– parmi des papiers tombés à côté de la poubelle,

miettes de pain, grains de maïs et guano sur une marche,

 

alors que nous comptons talons et mocassins

valises avec roulettes, bicyclettes et poussettes –

 

mais l’amour est désormais ce triste fleuve,

envahi de déchets partout et rats d’égouts,

 

qui coule au milieu de la ville chaotique, sans se soucier

du vrombissement envahissant des voitures que l’on voudrait éteindre,

 

nous sommes ces silhouettes alignées sur le pont,

qu’au crépuscule tu vois défiler indistinctement :

 

il y a celle qui depuis le pont se penche peut-être vers un ailleurs

ou celle qui soudain se pétrifie dans la tourmente,

ou encore celle qui s’arrête au milieu poussée par l’ennui ou par erreur ;

 

la plupart va plus loin, vers l’horizon des autres,

ou d’un métier, d’un toit, d’une reconnaissance,

vers un écran, un récepteur, un abîme

 

et le soleil dans l’eau se dissipe lentement.

 

 

 

 

 

Elle avait les yeux tellement emplis de la nuit

derrière ses lunettes aux verres épais que le soleil

rayait comme une pluie fine et gentille;

 

elle effleurait la page avec le visage

alors que le nez glissait sur le papier cherchant

un chemin de mots pour y trouver un sens,

 

ses doigts enlaçaient le crayon

qui traçait en bordure de page des mots sans éclat

mais serrés entre eux pour ne pas les laisser seuls.

 

Je m’assis avec elle sur un banc,

regardant le soleil qui volait

et s’éloignait toujours plus de la berge ;

 

des moineaux silencieux chutaient doucement

sur la ligne de flottaison pour pêcher

restes de nourriture, coques de palourdes.

 

La promenade du bord de mer était encore inanimée

comme si la nuit ne voulait pas se réveiller

et attendait qu’elle termine son devoir :

 

Une page à dévoiler chaque jour

de l’ultime livre que peut-être encore

ses yeux pourront dévorer.

 

 

 

 

Elle semble être cette élégante robe en soie

 

qui s’envole dans le vent à l’instar d’un vide fragile

et accroché à un visage éteint,

 

elle n’est pas fatiguée de marcher

des heures chaque jour depuis des siècles,

 

et ne se rassasie pas de s’en aller

sans jamais avoir à franchir une ligne d’arrivée.

 

Elle est devenue substance du paysage,

branche décharnée, arbuste rongé,

 

brin d’herbe sur les pavés.

 

Tu me ressasses que chaque personne anorexique

est la cage d’un cœur qui a besoin d’être en prison

 

depuis que le ciel lui a interdit de voler.

 

 

 

 

 

Section «Mer»

 

 

 

Marée de lumière montante au matin

marée d’eau vive la nuit qui laisse en rade

le vent dans les eaux profondes.

Je voudrais être la vague qui

qui effleure le sable fusionnant avec ton corps,

être la goutte d’eau repoussée par les rochers,

et pas cette masse d’eau lente

qui demeure stagnante dans une rade sans rivages.

 

 

 

 

à mon père

 

Les mouettes orphelines aujourd’hui du soleil

pleurent de faim sur le littoral,

les vagues ont balayé les restes d’un banquet

dans leur infatigable ramasser et redonner.

Je me souviens de toi à l’instant comme un géant à la mer

qui me portait dans ses bras

là où on ne touchait à peine

pour me lancer vers le haut et me reprendre juste avant

de tomber dans l’eau pour me sauver.

 

12006561_10206036933501570_4217364854602931045_oChiara De Luca a obtenu son diplôme à l’Université de Langues et Littératures étrangères de Pise, avec un mémoire sur l’écrivain autrichien Ernst Weiß, a fréquenté l’Ecole Européenne de traduction de Magda Olivetti à Florence, le Collège Européen des traducteurs littéraires de Françoise Wuilmart à Seneffe et un mastère en traduction littéraire à l’Université de Bologne, où elle a obtenu son Doctorat en Littératures Européennes avec une thèse sur l’œuvre de jeunesse de Rainer Maria Rilke.
Ensuite, elle a enseigné la langue et culture italienne à l’Université de Parme, a collaboré avec le Goethe Institut, la Inlingua de Bologne, la John Hopkins University et de nombreuses autres écoles de langues et de langue italienne pour étudiants étrangers. Elle a édité le texte Lacerti della memoria (Fragments de la mémoire, Compositori, Bologna, 2007) de Gillo Dorfles, a collaboré avec Lorenzo Gabetti à la publication avec reproduction anastatique du manuscrit inédit Una lettura del Faust (Une lecture du Faust) de Giuseppe Gabetti, l’édition et l’introduction critique du roman Prima, durante e dopo (Avant, pendant, après, Fara, Sant’arcangelo di Romagna, 2006) de Antonio Bruno; a collaboré comme traductrice à l’édition de I cieli di Kabul (Les cieux de Kaboul, Datanews, Rome, 2007), recueil d’entrevues avec Khaled Hosseini, de Dalla fabbrica alla metropoli (De l’usine à la métropole, recueil d’essayes politiques de Antonio Negri), de Invitation a Vema (Catalogue du Pavillon Italien à la X Exposition Internationale de Architecture de la Biennale de Venise 2006, Compositori, Bologna 2007), et des anthologies Il seno in-cantato (Le sein en-chanté, Crocetti, Milano 2006) et E tacque attorno a te il silenzio (Et le silence se tut autour de toi, Salani, Milano, 2005); a traduit La vie promise (La vita promessa, Gedit, Bologne, 2004) et Éloge pour une cuisine de province (Elogio per una cucina di provincia, Gedit, Bologne, 2008) de Guy Goffette, Manhandling the Deity (Gedit, Bologne, 2007), du poète irlandais John Deane et Nuvole (Nuages) de Paolo Ruffilli (publié dans l’anthologie poétique Les choses du monde, L’arbre à paroles, Amay, 2007); a traduit John Deane et Guy Goffette pour le Festival International de poésie “Amo Bologna” (2004), Dominique Grandmont pour le Festival International de poésie de Parme (2004), Rémy Bouthonnier et Jerôme Mauche pour le Festival International “Uno, uno prima” de Giuseppe Bertolucci (Lucca, 2005). En qualité de essayiste et traductrice, elle collabore avec les revues “Poesia”, “Fili d’aquilone”, “La Clessidra”, “Hebenon”, “Le voci della luna” et de nombreux e-zine et sites Internet. Entre autres, elle a traduit Marcos Ana, Thomas Beller, Jorge Carrera Andrade, Paul Celan, Douglas Dunn, Dominique Grandmont, Colette Nys-Mazure, Thomas Kinsella, Gray Sutherland. En qualité de préfacier elle collabore avec les maisons d’éditions Lietocolle, Fara Editore, Jocker. En qualité de critique littéraire, elle a écrit beaucoup d’articles et d’essayes académiques. Entre autres, elle a publié l’essaye La pointe du couteau fichée dans la mémoire dans le numéro de “Littératures” dédié a Guy Goffette (57/2007, Presses Universitaires du Mirail); John Deane: Les instruments de l’art (“Poesia”, XVIII, 5, 2008); Guy Goffette, Douter encore que la terre existe (“Poesia”, XVIII, nr. 9, 2005) Entre le rien et moi, il y a l’épaisseur d’une feuille de papier. À propos de L’envers d’écrire de Dominique Grandmont (“Fili d’aquilone”, II, nr. 5, 207); L’île abolie: À propos de Feux dans la nuit de Colette Nys-Mazure (“Fili d’aquilone”, nr. 6, 2007); Transumance : À propos de Nomadie de Guy Goffette (“Fili d’aquilone”, nr. 3, 2006); Jorge Carrera Andrade: Un étranger égaré sur la planète (“Poesia”, XXI, nr. 4, 2008); Marcos Ana : Donnez-moi le nom de l’amour (“Poesia”, XXI, nr. 5, 2008). Elle a publié deux romans: La collezionista (La collectionneuse, Fara, 2005) et La mina (stra)vagante (La mine (extra)vagant, Fara, 2006); la pièce de théâtre Guida precaria (Guide précaire) qui a été mise en scène par Virginia Stefanini et Davide Simoni pendant le Festival “Oggetti DA desiderio” (Ferrara, 2006), chez Ex Tirò (Bologne, 2006) et pendant “Un po’ blu Festival” (Tresigallo, 2007); le texte Duetti, continuation et adaptation théâtrale de son second roman, La Mina (stra)vagante, qui a gagné le Prix ” San Vitale” pour la section théâtre (Bologne, 2007) et a été publié dans l’anthologie Fare, disfare, rifare (Faire, défaire, refaire, Perdisa Editore, Bologne, 2007) et mise en scène au Théâtre San Martino (Bologne, 2007); a publié une série de poèmes dans les anthologies La coda della galassia (La queue de la galaxie, Fara, 2005), Lo spirito della poesia (L’esprit de la poésie, Fara 2008) et Il resto parziale della storia (Le reste partiel de l’histoire, Fara 2008) et dans de nombreuses revues littéraires, parmi lesquelles: “Tellusfolio”, “Poesia” (juillet – août 2004; décembre 2007), “Le voci della Luna” (juillet 2006; mars 2007), “Capoverso”. Elle a pris part à de nombreuses lectures poétiques et narratives et transmissions de Radio Sherwood et Rai Futura, a réalisé et gère le projet Iris News dédié à traduction de la poésie de tout le monde et la maison d’édition Edizioni Kolibris, dédié à la promotion et à la diffusion de la meilleure poésie internationale.

 

PUBLICATIONS CHOISIES:

 

Théâtre

Duetti (Perdisa 2007), rappresentato al teatro San Martino (Bologna 2007)
Guida Precaria (rappresentato durante il Festival “Oggetti (DA) Desiderio” (Ferrara, 2006) e “Un po’ Blu Festival” (Tresigallo, 2007) e all’Ex-Tirò di Casalecchio (Bologna, 2007).

 

Romans:

La collezionista
(Fara, 2005),
La mina (stra)vagante (Fara, 2005)

 

Poésie:

La notte salva (poemetto) in Lo spirito della poesia, Fara 2008
Il mondo capovolto (silloge) in Il resto della storia, Fara 2008
Il soffio del silenzio (silloge) pubblicata in Pro/Testo, Fara 2010
confinando l’inverno (pubblicata come 2° class.ta al premio Giorgi 2008)
sui passi per non rimanere (con Alessandro Assiri) Fara 2008
La corolla del ricordo (Kolibris 2009, 2010, 2015)
La corolla del ricordo/The Corolla of Memory, raccolta poetica in edizione bilingue con traduzione di Eileen Sullivan
Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (Kolibris, 2010)
Alfabeto dell’invisibile (Samuele Editore, 2015)
Poémes dans beaucoup d’anthologies, entre autres La coda della galassia (Fara 2005), Vicino alle nubi, sulla montagna crollata (Campanotto 2008), Por/Testo (Fara, 2010); e riviste, tra cui “Tellus”, “Poesia” (luglio-agosto 2004, dicembre 2008), “Le Voci della Luna”, “Capoverso”, “Punto di Vista”, “Il Segnalibro”…

 

Essai

A margine dei versi. Appunti sulla poesia contemporanea. Saggi, articoli, note critiche, recensioni sulla poesia italiana e internazionale pubblicati in volume, in rete o su rivista tra il 2004 e il 2015 (Kolibris, 2015)

 

Traductions

GUY GOFFETTE, La vita promessa (Gedit 2004)
JOHN DEANE, Maltrattando la divinità (Gedit, Bologna 2007)
MARCOS ANA Ditemi com’è un albero (Crocetti, Milano 2009)
THOMAS KINSELLA, Notizie dalla terra dei morti (Kolibris, Bologna 2009)
WERNER LAMBERSY, L’orologio di Linneo (Kolibris, Bologna 2009)
WERNER LAMBERSY, Diario di un ateo provvisorio (Kolibris, Bologna 2010)
EDWIN MORGAN, Libro delle vite, (Kolibris, Bologna 2009)
JOHN BARNIE, Ghiaccio (Kolibris, Bologna 2009)
LILIANE WOUTERS, Il biglietto di Pascal (Kolibris, Bologna 2010)
SABINA NAEF, vertigine lieve, Kolibris, Bologna 2010)
PEGGGY O’BRIEN, Spiando i ranocchi (Kolibris, Bologna 2010)
ENDA WYLEY, risvegliarsi a questo (Kolibris, Bologna 2010)
NIGEL JENKINS, hotel gwales (Kolibris, Bologna 2010)
PAT BORAN (a cura di) Fluendo, ancora. Poeti irlandesi sulla poesia irlandese (Kolibris, Bologna 2010)
ANNA WIGLEY, Risveglio d’inverno (Kolibris, Bologna 2010)
PATRICK DEELEY, Le ossa della creazione (Kolibris, Bologna 2010)
COLETTE NYS-MAZURE, Il grido dell’alba (Kolibris, Bologna 2010)
THOMAS A. CLARK, I centomila luoghi (Kolibris, Bologna 2010)
EVA BOURKE, La latitudine di Napoli (Kolibris, Bologna 2010)
JOHN BARNIE, La foresta sotto il mare (Kolibris, Bologna 2010)
JANE MCKIE, Morocco Rococo (Kolibris, Bologna 2010)
PAT BORAN, Natura morta con carote. Poesie scelte (Kolibris, Bologna
2010)
JEAN-CLAUDE TARDIF, Della vita lenta (Kolibris, Bologna 2010)
KEVIN MILLS, Folle (Kolibris, Bologna 2010)
THOMAS A. CLARK, d’acqua e di boschi
JOHN POWELL WARD, L’ultimo anno verde
RAY GIVANS, Tolstoj innamorato (Kolibris, Bologna 2011)
PADDY BUSHE, Risuonare nel silenzio. Poesie scelte e inediti (Kolibris,
Bologna 2011)
NÚNO JUDICE, A te che chiamo amore (Kolibris, Bologna 2011)
THEO DORGAN, Ellenica (Kolibris, Bologna 2011)
JOHN BARNIE, Gigli di mare. Poesie scelte 1984-2003 (Kolibris, Bologna 2011)
JOHN BARNIE, Storie della shopocrazia (Kolibris, Bologna 2011)
JEAN-CLAUDE TARDIF, L’uomo da poco (Kolibris, Bologna 2011)
WERNER LAMBERSY, Maestri e case da tè
EVA BOURKE, Piano (Kolibris, Bologna 2012)
GERARD SMYTH, La pienezza del tempo (Kolibris, Bologna 2012)
ERNST WEISS, La prova del fuoco (Sylvie, Trento 2013)
GUY GOFFETTE, Elogio per una cucina di provincia (Kolibris, Ferrara 2013)
GRACE WELLS, Quando dio fu richiamato altrove a cose più importanti (Kolibris, Ferrara 2013)
MARY MONTAGUE, Tribe (Kolibris, Ferrara 2013)
MACHADO DE ASSIS, Crisalidi (Kolibris, Ferrara 2014)
MACHADO DE ASSIS, Falene (Kolibris, Ferrara 2014)
PAT BORAN, La prossima vita (Kolibris, Ferrara 2014)
TAMARA KAMENSZAIN, L’eco di mia madre (Kolibris, Ferrara 2014)
PEDRO SERRANO, Turba (Kolibris, Ferrara 2014)
BILL MANHIRE, E il fulmine si vanterà della sua opera (Kolibris, Ferrara 2014)
HARRY RICKETTS, Proprio allora (Kolibris, Ferrara 2014)
CARMEN BUGAN, Sulla soglia della dimenticanza (Kolibris, Ferrara 2014)
CONCEIÇÃO LIMA, La dolorosa radice del micondó (Kolibris, Ferrara 2014)
ROSE AUSLÄNDER, Nella pioggia di cenere la traccia del tuo nome (Kolibris, Ferrara 2014)
DAVID HUERTA, La strada bianca (Kolibris, Ferrara 2014)
CORAL BRACHO, Quello spazio, quel giardino (Kolibris, Ferrara 2014)
NUNO JÚDICE, La materia della poesia (Kolibris, Ferrara 2015)
AA.VV., Per le parole che si ostinano a restare. Poesia portoghese contemporanea (Kolibris, Ferrara 2015)
MICHAEL SCHMIDT, Le storie della mia vita (Kolibris, Ferrara 2015)
MICHAEL SCHMIDT, Una parola che il vento ci ha passato (Kolibris, Ferrara 2015)
URSULA KRECHEL, Gli uccelli sono gli ornamenti dell’aria (Kolibris, Ferrara 2014)
STEFFEN MENSCHING, Quel certo non so che (Kolibris, Ferrara 2014)
ERWIN EINZINGER, Scalzi al cinema (Kolibris, Ferrara 2014)
THOMAS KINSELLA, Poesie scelte (Kolibris, Ferrara 2014)