[…] Non che fossi diventata del tutto insensibile, o che avessi imparato ad Accettare la Realtà. Piuttosto mi ero rassegnata a tollerarla: lavoravo sui tempi di recupero. Erano diventati sempre più brevi, la rassegnazione giungeva dopo un paio di giorni, a volte anche meno. A volte, invece, ci voleva più tempo, ma Distacchi, Assenze, Lontananze, Abbandoni avevano perso tutto il loro pathos. Una volta ci scrivevo su poesie. Poi avevo perso il vizio. Adesso che mi ero disintossicata, quelle poesie mi facevano sorridere.
Forse nel caso di M. la convalescenza, come per tutte le malattie gravi, sarebbe stata un po’ più lunga, ma sapevo che ricordarlo era un po’ un tic, una sorta di vizio incallito, come il fumo. Oggi pacchetti di sigarette sono listati a lutto, e presentano crude minacce e serpeggianti anatemi, che vanno da Il Fumo Uccide a Il Fumo Invecchia la Pelle, da Il Fumo Ostruisce le Arterie e Provoca Infarti e Ictus a Il Fumo Rovina il Lavoro del Tuo Dentista e Il Fumo Fa Seccare le tue Piante; e geniali consigli, del tipo Non Far Respirare il tuo Fumo ai tuoi Bambini (o a te, al tuo Gatto e a chi ti sta intorno) e Non Fumare a Letto che Poi Prendi Fuoco. Tanto Va la Gatta al umo che ci Lascia lo Zampino. – Come se uno non lo sapesse che il fumo fa male, come se non lo avesse saputo quando si è acceso quella prima, malefica sigaretta. – Con M. era lo stesso. Era qualcosa che mi faceva male, e lo sapevo bene, fin dall’inizio. Con il passare del tempo, sapevo che dovevo smettere di amarlo, ma ormai avevo preso il vizio. – Una volta perso il vizio di amarlo, cosa mi resterebbe? Non certo il bene, e neppure il male. Avrei subito bisogno di prendere un altro vizio, ancora più subdolo e incallito. – Sapevo vivere senza amore, ci ero abituata, ma non senza le sigarette e l’invenzione di un Amore. Era un’etichetta che appiccicavo sempre sulla fronte sbagliata. Come mettere l’etichetta Marmellata su un barattolo di peperoncino. – Prova un po’ a spalmarlo sul pane al mattino. – In fondo tutti abbiamo in dotazione delle etichette. E quando abbiamo voglia di marmellata, ne attacchiamo una sul primo barattolo che passa. Che poi quel barattolo sia davvero di marmellata, che trovi in dispensa ogni mattina, almeno per un po’… beh, è solo questione di fortuna.
M. e gli altri avevano senz’altro provato una sorta di tormentoso prurito quando si erano trovati in fronte l’etichetta, l’avevano staccata con stizza, scrollando via me come un parassita. E di fatto allora lo ero, un parassita. Mi cibavo dell’affetto altrui, anche se sapevo che presto sarei stata messa a dieta, di solito ai limiti della tollerabilità. […]

 

 

da La collezionista, ovvero La sindrome di Babbo Natale, Fara Editore, 2004-